«Ho sempre avuto paura che qualcosa andasse storto.
Ma le cose che sono andate storte
non erano mai quelle di cui avevo paura.»
The Worst Person in the World di Joachim Trier (2021)
Sanremo forse non sta finendo. Ma sicuramente sta cercando di capire chi è.
Il Festival oggi è attraversato da una tensione evidente: da una parte il rito collettivo della televisione generalista, dall’altra la necessità di esistere dentro la grammatica delle piattaforme. Non è una novità assoluta, ma nelle ultime edizioni questa frattura è diventata visibile, quasi imbarazzata.
Il processo parte almeno dall’era di Amadeus, quando il Festival ha iniziato a pensarsi libero: un evento a doppio schermo: palco e social. Momenti costruiti per diventare trend, clip estratte in tempo reale, frasi già isolate per la condivisione. Sanremo non è più solo uno spettacolo da guardare: è un flusso da frammentare.
E questa trasformazione la si vive anche dal divano.
Mentre guardo la diretta mi sento parte di un rituale collettivo: forse una delle poche cose patriottiche che sono rimaste all’Italia. Mi basta andare un attimo al bagno o a rispondere al citofono, che mi perdo un meme, una gag da commentare con gli amici: perchè d’altra parte è anche per questo che guardiamo il Festival, per parlarne con amici, parenti, conoscenti. Allora apro Instagram e controllo le battute che mi sono persa. È sorprendente quanto i social riescano a restituirmi tutto, e spesso anche di più. Non sto solo guardando Sanremo: lo sto recuperando in tempo reale.
Il tempo lineare della televisione, prima accade, poi se ne parla, si intreccia con quello simultaneo delle piattaforme: accade mentre è già contenuto.
Con Carlo Conti l’impianto torna più classico, più rassicurante. E la nostalgia diventa centrale: omaggi, citazioni, richiami a stagioni storiche legate a figure come Pippo Baudo. Ma questa nostalgia non è solo affetto per il passato. È una strategia. In un ecosistema dove l’attenzione è instabile, il passato è un rifugio. Garantisce riconoscibilità, continuità, senso di appartenenza.
Il punto è che, mentre celebra il passato, il Festival deve correre.
Le foto ufficiali della vittoria vengono scattate prima ancora della proclamazione, così da essere pubblicate nell’istante esatto dell’annuncio. Le grafiche sono già pronte per ogni possibile esito. L’emozione viene predisposta per la condivisione. Non è più solo qualcosa che accade: è qualcosa che deve circolare.
La sensazione di piattezza e la diminuzione degli ascolti sono due facce della stessa trasformazione.
Il Festival deve rendersi compatibile con un regime di attenzione che è istantaneo, frammentato, multischermo. Per farlo, ottimizza contenuti, seleziona micro momenti, smussa spigoli e riduce intensità autonome. In sociologia dei media questo fenomeno si racconta con categorie come platformization e circuit of culture: non è solo distribuire contenuti, ma vedere come i contenuti stessi riproducono identità, memoria, senso collettivo attraverso le pratiche di fruizione.
Sanremo non è irrilevante. È un laboratorio di come oggi si costruisce la memoria collettiva: non dopo, ma durante. I contenuti non vengono consumati in sequenza lineare. Vengono processati, archiviati, commentati, riproposti. La nostalgia non è solo evocazione emotiva. È circuito produttivo: un vantaggio cognitivo che riduce l’attrito interpretativo. In un ambiente saturato, il “già noto” vince sempre. È qui che si intravede una piccola crisi d’identità. Non uno smarrimento totale, ma un aggiustamento continuo.Il Festival non può permettersi di restare immobile, ma ogni accelerazione espone una frizione. E ogni ritorno al passato diventa una scelta strategica, non solo affettiva.
Negli ultimi giorni diversi articoli hanno sottolineato un apparente paradosso: share altissimo, ma ascolti in calo. Per capire cosa significa davvero, bisogna distinguere i due indicatori. Gli ascolti (in valori assoluti) indicano quante persone, in numeri reali, stanno guardando un programma. Lo share, invece, è una percentuale: misura quanta parte del pubblico che in quel momento ha la televisione accesa sta guardando proprio quel programma. È una quota relativa, non un dato assoluto. Se lo share cresce o resta molto alto mentre gli ascolti diminuiscono, significa che il programma domina il pubblico televisivo disponibile, ma che il pubblico televisivo complessivo è più piccolo rispetto al passato.
In altre parole: Sanremo può essere ancora l’evento più visto in TV, e quindi registrare uno share molto forte, ma dentro un ecosistema in cui meno persone guardano la televisione lineare.
Gli articoli che enfatizzano questo scarto raccontano due narrazioni opposte a partire dallo stesso dato: da un lato “Sanremo trionfa”, dall’altro “Sanremo perde pubblico”. In realtà entrambe sono vere. Il Festival mantiene una posizione dominante nel mercato televisivo tradizionale, ma opera dentro una platea strutturalmente ridotta e frammentata, dove una parte significativa dell’esperienza si sposta su device, piattaforme e fruizioni differite che lo share classico non intercetta pienamente.
Il punto, quindi, non è stabilire se sia un successo o un declino, ma riconoscere che gli indicatori con cui misuriamo il rito collettivo appartengono ancora a un modello di consumo che non coincide più con la totalità dell’esperienza contemporanea.
Le “papere” generate con l’intelligenza artificiale sono state il punto in cui questa tensione è diventata evidente. L’operazione voleva essere un segnale di aggiornamento, ma ha prodotto una sensazione diffusa di cringe: qualcosa che non tornava del tutto. Non tanto per la tecnologia in sé, quanto per il tono. L’effetto è stato quello di un Festival che prova un vestito nuovo senza essere sicuro che gli stia bene.
Questa non è semplice malinconia generazionale. È una forma di retromania diffusa, una tendenza culturale a mettere in scena il passato come garanzia di autenticità. In un ecosistema frammentato e veloce, il passato rassicura. Ha già superato la prova del tempo. È condivisibile perché è riconoscibile.
E allora la vera domanda non è se Sanremo sia alla fine di un’epoca, ma quale forma di televisione generalista stia iniziando.
Forse non è più soltanto un rito televisivo. Forse è un ibrido: un museo che va in onda, un laboratorio che si guarda allo specchio, un evento che mentre accade sta già pensando alla propria riproducibilità.
“Sanremo è Sanremo”, anche se la memoria che dovrebbe unire una nazione è già filtrata, ordinata e distribuita da un algoritmo?
O stiamo assistendo alla fine dell’ultimo grande rito collettivo italiano: non perché nessuno lo guardi più, ma perché nessuno lo vive più nello stesso modo?





