di Alessandra Castiglione
e Maria Francesca Rubino
In ogni storia, c’è sempre qualcosa che ci coinvolge più di quanto pensiamo.
Anche, e forse soprattutto, quando la guardiamo comodamente dal divano, in quel momento che crediamo essere il più passivo, ossia la fruizione pura di intrattenimento. In realtà, guardare una serie non è mai un consumo distratto o disinteressato. Sì, è vero, quando entriamo in una storia creata da altri, accettiamo implicitamente un patto: quello di affidarci alla visione di chi la racconta. Eppure, anche dentro questo accordo, la mente non smette mai di intervenire.
Anticipa mosse, collega indizi, costruisce catene di causa-effetto. Non si limita ad amare i personaggi: ne immagina le scelte, proietta sviluppi possibili. In altre parole, la nostra immaginazione si intreccia con la trama stessa.
Ed è proprio lì, in quello spazio invisibile, che prendono forma le aspettative, e con esse tutto ciò che ne consegue: da un lato il senso di vuoto quando una storia finisce; dall’altro il bisogno, a volte, di intervenire, riscrivere, immaginare finali alternativi.
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Il trauma della fine:
perché le serie TV ci lasciano un senso di perdita
Quando una serie TV finisce, non si chiude solo una storia, ma qualcosa di più: per molti spettatori si rompe un vero e proprio legame. Le serie entrano nelle nostre case in punta di piedi, scandiscono le nostre giornate, si insinuano nelle nostre abitudini e nei nostri rituali. Diventano appuntamenti fissi, pause di decompressione, compagnia nei periodi di solitudine, o sottofondo emotivo durante momenti di transizione. Non stiamo soltanto guardando una serie: la attraversiamo mentre attraversiamo noi stessi. Le stagioni scorrono insieme ai nostri cambiamenti personali, si associano a un periodo della nostra vita, a una relazione, a un trasloco, a una fase difficile o a una entusiasmante. Così, quando quella narrazione si interrompe, non perdiamo soltanto i personaggi e i loro intrecci, ma perdiamo una routine, un luogo mentale, una presenza costante che aveva trovato spazio nella nostra più profonda intimità.
Uno studiocondotto dalla Ohio State University, legittima questo fenomeno evidenziando come l’epilogo di una serie possa generare realmente sentimenti di dolore, angoscia e autentico senso di perdita negli spettatori più coinvolti, in modo sorprendentemente simile a un piccolo lutto. La ricerca ha individuato due modalità ricorrenti di attaccamento: da un lato chi sviluppa un legame profondo con i protagonisti, percependoli quasi come amici o familiari; dall’altro chi sperimenta una vera e propria “sindrome dell’abbandono” quando un personaggio esce di scena o quando l’intera narrazione si conclude. Non si tratta di un’esagerazione o di un capriccio da binge watching, ma di una risposta psicologica coerente con il tipo di relazione che si instaura nel tempo con volti, voci e storie che abbiamo imparato ad interiorizzare.
Questo meccanismo prende il nome di relazione parasociale, termine coniato negli anni ’50 dagli psicologi Donald Horton e Richard Wohl per descrivere il legame unilaterale che il pubblico sviluppava con le personalità radiofoniche e televisive dell’epoca. Con il tempo, il concetto ha ampliato il proprio campo di applicazione fino a comprendere qualsiasi forma di attaccamento emotivo verso figure pubbliche e personaggi mediatici. Questa dinamica fa in modo che ci sentiamo coinvolti, partecipi, emotivamente investiti. Ci sembra di conoscere quella persona, di comprenderne le fragilità e le scelte, di poter quasi prevedere le sue reazioni, eppure quella relazione è a senso unico. Si tratta ovviamente di un’illusione mentale, siamo consapevoli che il personaggio, o la celebrità in questione, non sappia nemmeno che esistiamo, ma non riusciamo comunque a far a meno di pensare che sia tutto vero.
Nel 2025 il Cambridge Dictionary ha consacrato “parasocial” come parola dell’anno, riconoscendone la puntualità nel descrivere le dinamiche comportamentali contemporanee. E in un ecosistema mediale, in cui la distanza tra pubblico e personaggi si è assottigliata (tra serie in streaming, interviste, social, contenuti extra), la sensazione di familiarità si intensifica. Se un personaggio o una celebrità ci trasmette comfort, sicurezza, senso di riconoscimento, per il nostro cervello la distinzione tra relazione reale e mediatica passa assolutamente in secondo piano, consentendo la formazione di un attaccamento emotivo. Le relazioni parasociali non sono di per sé patologiche, ma anzi una manifestazione naturale della nostra predisposizione all’empatia e all’identificazione. Percepiamo un rapporto come stretto e intimo, pur conoscendone solo una versione filtrata, costruita e narrativamente coerente dell’altro. Ci identifichiamo, proiettiamo parti di noi, elaboriamo desideri e paure attraverso quelle figure. Possiamo provare affetto, protezione, complicità, ma anche rifiuto, antipatia, frustrazione. In ogni caso, la risposta emotiva è autentica, umana.
Così, quando la serie finisce, ciò che viene meno non è soltanto una trama, ma un appuntamento pregno di emozioni che genera in noi un senso di vuoto. Il fenomeno è spesso definito come “post-series depression” e non rappresenta un caso isolato: rientra in una più ampia dinamica psicologica chiamata “post event letdown”, osservabile anche dopo un concerto, la lettura di un libro, un viaggio atteso a lungo o un’esperienza ad alta intensità emotiva.

Da Reddit (r/arcane), 2022: un utente racconta la sua post-series depression dopo Arcane.
Durante la fruizione, il cervello rilascia dopamina, serotonina e adrenalina, neurotrasmettitori legati al piacere, alla motivazione e all’euforia. Al termine, il calo di queste sostanze – unito all’aumento del cortisolo (l’ormone dello stress) – può generare apatia, malinconia e un senso di svuotamento difficile da nominare e di cui troviamo persino difficile ammettere di provare. A questo si aggiunge l’“effetto di contrasto”, secondo cui, finito il momento percepito come “speciale”, tendiamo a valutare la quotidianità per differenza, paragonandola all’intensità emotiva appena vissuta e idealizzandone il ricordo. Dopo aver abitato un universo narrativo così carico di significato, conflitti e catarsi, la realtà può apparire improvvisamente più piatta, meno appassionante.
È in questo scarto tra mondo immaginario e realtà che si inserisce il trauma emozionale della fine: non stiamo semplicemente spegnendo uno schermo, ma ci stiamo congedando da una parte di noi che, per un certo periodo, ha trovato casa in quella storia.
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Come il fandom abita il vuoto
Se la fine di una serie apre un vuoto emotivo, il fandom non lo lascia mai davvero sgombro: lo riempie, lo espande, lo rende abitabile. E lo fa attraverso due risposte solo apparentemente opposte, una passiva e una attiva, che in realtà si alimentano a vicenda.
La prima è una questione algoritmica. Dopo l’ultima puntata, Instagram e TikTok non archiviano la storia, la rilanciano. Basta aver guardato qualche clip video fino alla fine, essersi soffermati su un commento, aver condiviso una scena, e l’algoritmo registra quell’interazione come un segnale di coinvolgimento profondo. Da lì si apre il rabbit hole, la “tana del coniglio”: una sequenza virtualmente infinita di contenuti affini che trasforma l’interesse in permanenza e la permanenza in retention. Più resti, più ti viene mostrato. Più ti viene mostrato, più resti, nutrendo così un circolo vizioso senza fine.
Per massimizzare il tempo trascorso in piattaforma infatti, il sistema non si limita a replicare contenuti simili, ma li estremizza e li personalizza. Se hai reagito a un’interpretazione tragica di un finale, ne vedrai altre ancora più intense. Se ti sei soffermato su un personaggio secondario, diventerà improvvisamente il centro del tuo feed. L’algoritmo non intercetta soltanto i gusti, ma le emozioni: apprende le tue fragilità, i tuoi stati d’animo, le tue ossessioni temporanee. Così il vuoto lasciato dalla serie non si attenua e viene continuamente riattivato, rielaborato, ri-esposto. È una forma di passività emotiva mascherata da scelta personale, in cui continuiamo a consumare frammenti di quella storia con la sensazione, inconscia, che siano stati selezionati “per noi”. E in un certo senso lo sono – non perché esista un dialogo reale, ma perché l’infrastruttura digitale costruisce un’illusione di vicinanza permanente. Così, la percezione di intimità aumenta: quando l’accesso ai personaggi o agli attori passa attraverso post, dirette, backstage, la distanza si assottiglia e il legame sembra più autentico di quanto sia in realtà.
Questo meccanismo era già stato raccontato anni fa, in forma estrema, da Eminem in “Stan”, suo iconico brano che narra la storia di un fan ossessionato, Stan, che scrive lettere sempre più intense e deliranti al suo idolo, arrivando a confondere il legame emotivo con la reciprocità reale. Quando non riceve risposta, la frustrazione e l’identificazione smisurata con l’artista lo portano a compiere gesti tragici, fino a togliersi la vita insieme alla propria fidanzata incinta. Non è quindi un caso che il termine “stan” sia entrato nell’Oxford English Dictionary per indicare un fan eccessivamente zelante e ossessivo. Il fenomeno, dunque, esisteva già prima dei social media, ma l’ecosistema digitale moderno lo ha reso strutturale, continuo e normalizzato, amplificando la possibilità che la mente confonda attenzione mediatica e legame reale.
Eppure il fandom non subisce le serie TV solo passivamente, ed è qui che la dinamica si fa interessante. In effetti, i contenuti che l’algoritmo ci propone non sono, nella maggior parte dei casi, prodotti “ufficiali”, ma earn media, quindi video-edit, teorie, analisi, montaggi emotivi, scene rielaborate dai fan stessi. Ed è proprio questa assenza di gerarchia a rendere il meccanismo così potente: non stiamo guardando un contenuto calato dall’alto, ma qualcosa costruito da qualcuno che prova esattamente ciò che proviamo noi. Le stesse emozioni, lo stesso senso di perdita, lo stesso bisogno di restare.
Basta un montaggio con una canzone significativa, una frase iconica ripetuta al momento giusto, uno sguardo in slow-motion e il sentimento di coinvolgimento emotivo ci pervade. Quel contenuto funziona perché nasce da una condivisione del desiderio, dal momento che tutti vogliamo la stessa cosa: continuare a sentire. Dunque, l’algoritmo intercetta questa convergenza emotiva e la amplifica, ma l’origine parte sempre da un impulso di matrice collettiva.
È in questo spazio che emergono i “what if endings”, finali alternativi, deviazioni narrative, ipotesi controfattuali che riscrivono la conclusione ufficiale. “E se quel personaggio non fosse morto?” , “E se l’ultima scena fosse stata solo un sogno?” Non sono semplici esercizi di fantasia, ma tentativi degli utenti di riappropriazione emotiva. Se il finale canonico lascia frustrazione o senso di perdita, il fandom reagisce costruendo scenari paralleli in cui quella perdita viene sospesa, mitigata o trasformata.
Per molto tempo, questa spinta a intervenire sulle storie si è tradotta nella pratica delle “fix-it fic”, ossia rielaborazioni narrative, più comunemente conosciute come fanfiction, con l’obiettivo esplicito di “riparare” e “correggere” qualcosa del canon. Oggi, però, l’intelligenza artificiale sta ridefinendo questa pratica. Le riscritture non si limitano più al testo, ma vengono generate, ampliate e simulate attraverso strumenti capaci di riprodurre stile, ambientazioni, voci e persino linguaggi visivi. È quella che potremmo definire come la nuova tendenza del generative rewrite: una forma di riscrittura potenziata dall’IA, capace di costruire versioni alternative di una storia sempre più vicine, per forma e linguaggio, a quelle ufficiali.
Dunque, se la post-series depression è un lutto emotivo “passivo”, le riscritture creative ne rappresentano l’antidoto ribelle, dove l’utente smette di essere soltanto spettatore e diventa co-autore, continuando a navigare dentro quell’universo narrativo anche dopo la sua chiusura ufficiale.
È così che il fandom metabolizza il trauma della fine, trasformandolo in espansione. Il vuoto non viene colmato tornando alla realtà, ma estendendo la finzione. E forse è proprio qui che si riflette una delle tensioni più profonde della cultura contemporanea: la difficoltà, o il rifiuto, di accettare una conclusione definitiva.

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“E se fosse andata diversamente?”
Duemila anni di finali alternativi
Quando il finale distrugge le nostre aspettative, si apre una crepa. Piccola, ma dolorosa: uno scarto tra ciò che si è visto e quello che, inconsciamente, si era già delineato nella nostra mente. A quel punto il nostro cervello non resta fermo.
Colma. Aggiusta. Riscrive, almeno dentro di sé.
È un gesto antico quanto il racconto stesso: immaginare “e se fosse andata diversamente?”. Dare al personaggio il destino che merita, tenere in vita un universo che non non si vuole mollare, correggere ciò che ci ha deluso. È la risposta istintiva, profondamente umana, al vuoto che ha lasciato quella crepa.
Pensate a Ovidio, duemila anni fa: nelle sue Heroides entrava nei buchi lasciati dalle epopee greche e li riempiva con lettere immaginarie di eroine – Penelope che scrive a Ulisse, Didone ad Enea – dando voce e sentimenti a figure che altri prima di lui avevano solo sfiorato.
Ma ancor di più ai lettori del Settecento, talmente appassionati de I Viaggi di Gulliver di Swift da produrre innumerevoli continuazioni non autorizzate, passate di mano in mano nei circoli letterari. Queste “proto-fanfiction” erano atti di devozione e ribellione allo stesso tempo, un modo per estendere avventure interrotte o correggere finali percepiti come insoddisfacenti.
Negli anni ’60 i fan di Star Trek hanno portato tutto a un livello nuovo con le fanzine (contrazione di fan e magazine): riviste autoprodotte, ciclostilate, spedite per posta o scambiate alle convention. Qui, i finali alternativi non erano solo testi, ma includevano disegni fatti a mano e discussioni epistolari che alimentavano teorie collettive.
Poi è arrivato Internet e ha fatto esplodere tutto.
Negli anni ’90, la rete ha creato i primi spazi per rielaborare storie in modo globale: forum come Usenet e gruppi online dove i fan discutevano teorie e possibili varianti in thread infiniti. Con l’uscita dei primi libri di Harry Potter, questi posti pullulavano di idee come “e se Voldemort avesse vinto?” o “e se Harry e Luna si fossero innamorati?”, con fan che condividevano varianti mentre la Rowling pubblicava i volumi successivi. È così che prendono vita le primeFix-it Fic (storie “riparate”).
Da lì, sono nati diversi siti dedicati alla fanfiction vera e propria, prima fra tutte FanFiction.net. Nata nel 1998, è un po’ la nonna di tutte le fan-zone virtuali: interfaccia datata, regole rigide (niente contenuti troppo espliciti, rating soft), ma luogo perfetto per pubblicare storie strutturate, spesso basate su scenari “what if” legati ad anime, vecchi show TV o film.
Con l’ascesa dei social, il gioco si è ampliato: Reddit, Tumblr e i gruppi Facebook sono diventati comunità vive, non solo archivi. Su Reddit i fan discutono teorie e mini-riscritture collettive. Tumblr è più visivo e creativo, con fan art e storie brevi. I gruppi Facebook restano spazi più intimi, dedicati a fandom specifici e a discussioni dettagliate. In tutti questi spazi, interazioni come voti, reblog e commenti amplificano l’euforia inventiva, trasformando il senso di vuoto post-serie in una partecipazione condivisa.
Ma i veri e propri hub narrativi, per i fan più creativi, sono Wattpad e Archive of Our Own (AO3), evoluzioni di tutte le realtà sopra citate, ma con vibe diverse tra loro.
Wattpad è young, virale, BookTok-dipendente: storie brevi con capitoli cliffhanger, copertine da urlo, voti rapidi che le fanno esplodere. Qui i finali alternativi sono spesso romantici, emotivi, “happy ending a tutti i costi“. Hashtag come #alternateending straripano di riscritture dedicate alle storie che più hanno segnato i fan: basta cercare Harry Potter per imbattersi in titoli come Dramione: Hard to love, dove Hermione e Draco hanno una storia d’amore.
AO3 è invece l’archivio sacro per fan hardcore: con oltre 16 milioni di opere, le riscritture qui sono lunghe, stratificate, fedeli al canone ma audaci, premiando la profondità, non il romance light. Ad esempio per Game of Thrones, ci sono centinaia di “Alternate Season 08”, rifacimenti dove l’intera trama è ribaltata, con Sansa che regna o Arya che esplora nuovi mondi.
Tentativi più avanzati sono arrivati con i fan edit su YouTube o Dailymotion, dove alcuni utenti hanno provato ad intervenire direttamente sul materiale originale: rimontaggio di scene, tagli di episodi, modifiche nel ritmo per cambiare il significato complessivo. Il risultato? Un loop virtuoso: alla scrittura si unisce la componente visiva (con tutti i suoi limiti), dando alle storie una maggiore tangibilità.
Da Youtube, fan edit della serie TV Chuck (2013)
Ma all’apice – almeno per ora – di questa catena evolutiva oggi c’è l’intelligenza artificiale, che offre strumenti che vanno oltre la scrittura manuale e il montaggio precario.
Tool come ChatGPT o Sudowrite permettono di generare fanfic in pochi secondi: un semplice prompt come “Riscrivi la storia di Squid Game con un lieto fine” produce capitoli coerenti (o quasi), rispettando lo stile dei personaggi.
Strumenti di generazione visiva come Midjourney o Stability AI aiutano a dare forma a queste riscritture creando immagini e concept visivi speculari all’universo originale. Strumenti di generazione video come Sora, insieme a piattaforme come Runway o Pika, permettono di trasformare queste immagini in sequenze video: veri e propri “finali mai girati”, che simulano estetica e linguaggio cinematografico. A tutto questo si aggiungono generatori vocali come ElevenLabs o PlayHT, che restituiscono ai personaggi una voce credibile. Il risultato è un processo completo (generative rewrite): scrittura, produzione, messa in scena e distribuzione. I fan non si limitano più a immaginare un’alternativa, ma possono costruirla in ogni sua parte, fino a renderla condivisibile su piattaforme come TikTok o YouTube.
In sintesi, ripercorrendo queste fasi – dalle fanzine analogiche ai prompt digitali – è chiaro come i fan abbiano sempre usato gli strumenti a loro disposizione per rivendicare una sorta di “legittimità narrativa”. L’IA, infatti, lungi dall’essere una minaccia, è l’ultimo capitolo di questa storia: il mezzo più avanzato per dare sfogo alla propria creatività narrativa.
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La teoria che ha riscritto il finale diStranger Things
La serie Stranger Things rappresenta l’esempio perfetto di come il vuoto post-serie possa esplodere in una reazione collettiva forte e allo stesso tempo creativa.
La quinta e ultima stagione, conclusa con un lungo epilogo apparentemente sereno, ha lasciato molti fan con l’amaro in bocca: troppi fili sciolti e un parziale happy ending che sa di frettoloso e “troppo normale” per una serie che ha sempre esaltato gli outsider ribelli.
Il finale, intitolato The Rightside Up, ha chiuso molti archi narrativi ma ha lasciato numerosi buchi nella trama e dubbi amletici:Undici è davvero morta? Dove erano i Demogorgoni nella battaglia finale? E il Mind Flayer, entità così intelligente e onnisciente, come può essere sconfitto in modo così rapido e prevedibile?
Le domande si accumulano, si intrecciano, e a un certo punto smettono di essere solo domande. Diventano teoria. Anzi, cospirazione: il Conformity Gate. Quest’ultimo, esploso su Tik Tok ed Instagram, rappresenta una delle congetture più rivoluzionarie operate da un fandom.
L’idea centrale? L’epilogo felice non sarebbe reale, ma un’illusione psicologica creata da Vecna (il villain con poteri mentali) per intrappolare i personaggi in una vita “normale”, negando il loro spirito anticonformista.
A sostegno della teoria, i fan hanno analizzato il finale frame per frame, leggendo dettagli come segnali nascosti. I manuali di Dungeons & Dragons che, accostati, sembrano formare “X A LIE”. Il dado fermo sul numero 7 nei titoli di coda, numero che ritorna nei momenti chiave della serie e che viene immediatamente interpretato come indizio di qualcosa che deve ancora accadere.
Da lì, l’ipotesi più estrema: il 7 gennaio 2026 sarebbe dovuto uscire un episodio segreto, il vero finale, capace di svelare l’inganno. Un’idea alimentata anche da un post criptico di Netflix, ma soprattutto da un presunto easter egg nella barra di ricerca della piattaforma: digitando, infatti, “fake ending” o “season 5 episode 9” nella barra di ricerca di Netflix, il primo suggerimento era proprio Stranger Things.
Il risultato? Petizioni, refresh compulsivi, attesa collettiva. Poi, il nulla. Nessun episodio.
A quel punto, il passaggio è quasi inevitabile. Se il finale ufficiale non convince, allora vale la pena riscriverlo. Ed è esattamente quello che è successo. Finali alternativi generati con l’IA, hanno iniziato a circolare ovunque, forse anche più di quelli originali.
Undici che sopravvive. Mike che la raggiunge.
Da Youtube, un alternate ending in AI su Stranger Things (2026)
Epiloghi che non cancellano il vuoto, ma lo riempiono con qualcosa di più rassicurante. O in alcuni casi con qualcosa di ironico.
Il generative rewrite di Stranger Things, infatti, non si è limitato alla riscrittura di happy ending. C’è un filone secondario che merita una piccola menzione ed è quello che potremmo definire come “generative meme”. Per tutti quei buchi di trama rimasti senza spiegazione valida, i fan hanno risposto generando video divertenti e irriverenti, capaci di trasformare la delusione in risata. Tra i più virali quello che spiegherebbe l’assenza dei
demogorgoni nella battaglia finale. Cosa facevano? Festeggiavano il Capodanno, ovviamente.
Da Tik Tok, un video-meme in AI su Stranger Things (2026)
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Le storie infinite
La serialità contemporanea non è quindi più un percorso lineare con inizio e fine definiti, ma un ecosistema narrativo in continua espansione, in cui pubblico, piattaforme e industria cinematografica contribuiscono a far vivere la storia oltre il suo canonico epilogo.
C’è chiaramente da fare un discorso più puramente “industriale” di questo fenomeno, in cui spin-off, prequel, universi narrativi espansi non sono solo operazioni creative, ma strategie che capitalizzano l’investimento emotivo accumulato dal pubblico. E spesso, le narrazioni di successo vengono costruite appositamente a questo scopo: diventare un asset culturale e commerciale in cui ogni nuova diramazione sfrutta il patrimonio della storia principale, trasformando l’affezione dei fan in continuità e, naturalmente, in business.
Ma le serie TV sono più di questo, c’è un lato profondamente umano e positivo da considerare. La fine ufficiale non chiude l’esperienza, ma apre uno spazio creativo in cui ogni spettatore può diventare co-autore. Così il trauma del finale si trasforma in possibilità: di continuare a sentirsi dentro quell’universo narrativo, di sperimentare con i personaggi e le trame, di condividere emozioni con altri appassionati.
E allora in quest’ottica, l’utilizzo dell’IA come supporto non soffoca la creatività, ma la amplifica, la rende più accessibile e la trasforma in esperienza condivisa, dando così modo alla serialità contemporanea di mostrarci che le storie che amiamo non muoiono mai davvero. Anzi, permettono a ciascuno di noi di esplorare, creare e continuare a sentirsi parte di qualcosa che vale la pena vivere, anche oltre la conclusione ufficiale.





