Se Frozen era il film del contenimento e Rapunzel quello della cattività affettiva, Encanto è il film della funzionalità familiare. Elsa cresce dentro l’idea che una parte di sé vada trattenuta per non fare danni; al contempo, Rapunzel cresce dentro l’idea che il mondo esterno sia troppo pericoloso per essere affrontato da sola. Mirabel cresce invece dentro un’altra richiesta, più morbida in superficie e forse per questo più difficile da nominare: devi funzionare, e non essere la figlia ingestibile, la nipote fuori schema, la crepa che rende visibile il costo del miracolo. È qui che Encanto si aggancia agli altri due film: racconta una famiglia che distribuisce amore, valore e riconoscimento secondo la capacità di funzionare dentro un sistema già dato. E su Reddit questa cosa si vede benissimo, perché il film è stato discusso in lungo e in largo come grande contenitore di trauma, aspettative, colpa e ruoli ereditati.
La prima cosa da dire è che Encanto non è davvero un film sulla magia. O meglio: la magia è il linguaggio pop con cui il film riesce a parlare di organizzazione familiare. I poteri servono a definire funzioni. Luisa è quella che regge il peso. Isabela è quella che deve incarnare la perfezione fertile, ordinata, presentabile. Pepa deve impedire che l’umore individuale comprometta l’equilibrio del gruppo. Bruno porta addosso il ruolo di chi vede ciò che gli altri non vogliono sapere e per questo viene espulso dal quadro. I doni, in questa famiglia, sembrano risposte organizzative a un trauma antico, ed è proprio questo uno dei filoni più interessanti emersi nelle fan theory, dove molti utenti leggono i poteri dei Madrigal come traduzioni funzionali dei bisogni di Alma: guarire, prevedere, regolare, proteggere, tenere insieme.
Abuela non è una strega. È una fondatrice
Su Reddit c’è un gesto che si ripete: cercare di capire se Abuela sia una villain, un’antagonista, una traumatizzata che ha fatto danni o una figura da assolvere in nome del dolore subito. Ci sono thread che la difendono con forza, sostenendo che il suo comportamento non sia intenzionalmente malvagio e che il film mostri anzi il momento in cui si rende conto della frattura che ha contribuito a produrre. Ce ne sono altri, al contrario, in cui viene definita apertamente abusiva, o addirittura trasformata in oggetto di fan theory estreme che la dipingono come figura oscura, quasi demoniaca. Questo scarto è molto utile, perché dice che Encanto mette in scena qualcosa di riconoscibile: una persona che ha davvero protetto, davvero costruito, davvero salvato, e proprio per questo si sente autorizzata a decidere quanto devono valere gli altri e a quali condizioni.
Abuela, in fondo, è meno una matrigna che una fondatrice. E i fondatori sono difficili da contestare perché coincidono con l’origine stessa del rifugio. La casa esiste grazie a lei. Il miracolo esiste grazie a lei. La continuità della famiglia passa attraverso la sua memoria e la sua capacità di farne un racconto ordinato. Il problema è che questo racconto, per restare in piedi, chiede continuamente alle generazioni successive di trasformarsi in prova vivente della sua necessità: bisogna dimostrare che tutto quel dolore è servito a qualcosa, che il sacrificio iniziale ha prodotto splendore, utilità, prestigio, armonia. È qui che Encanto tocca un punto molto vicino a quello che qui su BUNS nel pezzo di Leonardo Staglianò L’eredità del dolore: cos’è il trauma intergenerazionale viene chiamato appunto trauma intergenerazionale: non solo il fatto che un dolore venga vissuto, ma che lasci tracce sui discendenti, nei corpi, nei comportamenti, nei silenzi e nei ruoli che la famiglia impara a ripetere. Nell’articolo si ricorda sia la dimensione scientifica di queste tracce, sia quella narrativa: le verità taciute consumano i nuclei familiari dall’interno, e la rottura del silenzio diventa una delle poche pratiche che possono trasformare davvero quell’eredità.

I doni non sono talenti: sono ruoli
È qui che Encanto si fa quasi crudele nella sua precisione perché non mostra una famiglia che premia genericamente la specialità: mostra una famiglia che assegna compiti travestiti da meraviglia. La forza di Luisa serve a sollevare, portare, aggiustare, sostenere; la grazia di Isabela serve a produrre un’immagine di perfezione continua, la promessa che da quella casa possa nascere solo splendore senza attrito. Bruno, come spesso notano i thread dedicati al film, diventa il luogo su cui la famiglia scarica il proprio rapporto impossibile con la previsione, il controllo, il cattivo presagio. Non è casuale che tante conversazioni popolari, anche fuori dalle fan theory più elaborate, ruotino attorno alla sensazione che ogni membro della famiglia incarni in fondo una funzione emotiva precisa.
Questo rende il film molto contemporaneo. Oggi molte famiglie chiedono di essere leggibili, di avere una funzione chiara: quella che tiene tutto sotto controllo, quella che non dà problemi, quella che è brillante, quella che aggiusta, quella che ascolta, quella che sa essere sempre di buon umore, quella che compensa. In Encanto il dono è esattamente questo: una forma visibile e socialmente spendibile del vostro posto nel sistema. Il miracolo vi nomina, ma nominandovi vi restringe.

Mirabel che vede le crepe
Tra le teorie Reddit più fertili ce n’è una che torna spesso in forme diverse: Mirabel è destinata a un tipo di funzione più vicina alla casa stessa, ad Abuela o al cuore del miracolo. In alcune versioni è la futura custode dell’Encanto, in altre è il punto di continuità con la magia, in altre ancora è la sola che non riceve un dono proprio perché non deve aggiungere performance al sistema, ma vederne i limiti. Non importa decidere se la teoria sia “vera”. Il fatto che esista e circoli così tanto è già eloquente: una parte del pubblico sente che Mirabel è la bambina rimasta fuori, ma soprattutto l’elemento che il sistema non riesce a codificare.
È bellissimo, perché Mirabel è proprio questo: l’unica che può vedere le crepe perché è l’unica che non coincide perfettamente con il miracolo. Non avendo un ruolo chiaro da difendere, può vedere il costo dei ruoli altrui. In molte famiglie capita così: a vedere il problema è spesso chi non riesce a essere assorbito bene nella funzione assegnata. Frozen raccontava la famiglia che vi chiede di trattenervi; Rapunzel quella che vi chiede di non uscire; Encanto racconta la famiglia che vi ama finché funzionate, e Mirabel è la bambina che smette di funzionare come semplice ingranaggio e per questo ricomincia a vedere.
E poi c’è chi sente tutto e tace
C’è poi un’altra teoria un po’ scombinata su Reddit, la teoria secondo cui Dolores sarebbe la vera villain del film è forse la più utile proprio perché sembra eccessiva. L’idea è che Dolores, potendo sentire tutto, sappia più degli altri, colga segreti, tensioni, movimenti nascosti, e scelga però di non intervenire davvero, o di usare l’informazione in modo opportunistico. Si tratta di una lettura preziosa perché apre un asse meno battuto: nelle famiglie disfunzionali non ci sono solo il leader, il capro espiatorio e l’escluso. Ci sono anche i testimoni perfetti che sentono tutto e imparano presto che sopravvivere significa capire quando si può dire e quando no.
Dolores diventa interessante proprio come figura di quella complicità silenziosa che tiene insieme tanti sistemi familiari. Chi sente tutto non sempre rompe. Spesso si adatta, spesso misura. Spesso capisce che la casa regge anche grazie a una precisa amministrazione del non detto. E questo si aggancia benissimo a un altro nucleo del pezzo sul trauma intergenerazionale: il silenzio. Nell’articolo BUNS citato prima sul tema viene detto con grande chiarezza che una parte del trauma non si trasmette solo nei fatti, ma nel silenzio imposto dalle generazioni precedenti, e che proprio la rottura di quel silenzio è una delle condizioni per allentare il peso trasmesso. Encanto, in forma popolarissima, racconta esattamente questo: una casa che si incrina perché troppo è stato taciuto, e una famiglia che per guarire deve finalmente cambiare il proprio regime di parola.

Casita come memoria che ha preso forma
Nel pezzo Cos’hanno in comune Encanto e Sentimental Value? di Carlotta Berta c’è un’intuizione semplicissima e fortissima al tempo stesso: la casa è uno dei personaggi principali. In Encanto Casita è viva in modo esplicito: accompagna i passi, apre le porte, apparecchia la tavola, si spegne lentamente, e salvarla significa custodire dono, memoria e identità familiare. In Sentimental Value la casa non è magica, ma “sente”: registra crescita, litigi, fughe, ritorni, ed è viva proprio perché imperfetta, abitata, sbilenca; poi a un certo punto “muore”, o meglio smette di parlare di chi la abita e inizia a parlare soltanto di valore di mercato, fino a diventare superficie standardizzata. Questa lettura di Carlotta è davvero perfetta per Encanto, perché aiuta a dire una cosa essenziale: Casita è archivio affettivo. E quando si crepa non si sta solo rompendo un edificio. Si sta incrinando il modo in cui la famiglia tiene insieme memoria, racconto e funzione.
Casita è viva, certo, ma è viva perché ha incorporato una storia. È il trauma diventato architettura. È la protezione diventata spazio. È il luogo in cui una fuga, una perdita e un sacrificio sono stati tradotti in sistema domestico, in organizzazione dei ruoli, in splendore ereditario. E qui il film dice qualcosa di molto forte: una casa può essere personaggio proprio perché è piena di tracce, ma può anche diventare istituzione, e quando diventa istituzione comincia a chiedere di essere mantenuta in piedi a qualunque costo. È questo che rende così potenti le crepe. In un certo senso Casita sta a Encanto come la casa di Sentimental Value sta a quella riflessione su Unprogetto: entrambe smettono di essere solo contenitori e diventano corpi che trattengono vita, storia, tensione, fino al punto in cui la loro trasformazione rivela la fragilità delle persone che le hanno abitate.

Le unpopular opinions come archivio
Come abbiamo visto, i thread di unpopular opinions su Encanto sono utilissimi perché registrano il punto in cui il film smette di essere consenso e diventa attrito. C’è chi scrive che Mirabel avrebbe preferito vederla villain, chi trova Isabela insufficiente o poco redenta, chi pensa che Bruno sia sopravvalutato, chi si irrita per il modo in cui il film risolve la questione di Abuela. Sono materiali preziosi perché dimostrano che Encanto è stato vissuto come uno specchio ruvido, che costringe chi guarda a misurare i propri fastidi, il proprio ruolo, la propria memoria di casa.
È davvero rilevante che molti dei film Disney che stiamo analizzando generino conversazioni in cui le persone non commentano solo la trama: ci mettono dentro i propri codici familiari, i propri risentimenti, i propri tentativi di trovare una parola per cose che nella vita reale restano spesso nebulose. Encanto, su Reddit, viene usato per parlare di burnout, di scapegoating, di parenti che sanno e tacciono, di nonne che fanno danni senza essere mostri, di talenti che pesano, di amore condizionato dall’utilità.
Un’altra forma del controllo
A questo punto il legame con gli altri monografici si vede molto bene. Frozen raccontava la famiglia che vi chiede di trattenervi. Rapunzel quella che vi chiede di non uscire. Encanto racconta la famiglia che vi ama finché funzionate. Ed è forse la più contemporanea delle tre, perché oggi moltissime persone s sentono soprattutto misurate. Valutate per la loro capacità di reggere. Premiate quando sono brave a contenere, aggiustare, alleggerire, performare, rassicurare. Encanto dà a questa condizione una forma pop molto precisa: una casa che vi ama, una nonna che vi protegge, un miracolo che vi nomina, e insieme un sistema di ruoli che trasforma il dono in dovere.
E allora Mirabel, come Elsa e come Rapunzel prima di lei, diventa un personaggio che rompe il dispositivo con un gesto tutto sommato difficile: smette di accettare il linguaggio in cui quel dispositivo si è sempre raccontato come necessario. Elsa smette di credere che trattenersi sia l’unico modo per amare. Rapunzel smette di credere che la gabbia sia protezione. Mirabel smette di credere che il miracolo valga più delle persone che pretende di salvare.





