La volontà di stare in salute non è più solo un buon proposito scritto su un foglio all’inizio dell’anno, ma per molti è diventata una necessità quotidiana, qualcosa da mettere in pratica ogni giorno.
Se fino a qualche anno fa i dispositivi fitness erano solo accessori da collegare ai nostri telefoni e tracciavano pochi parametri, oggi si concentrano sempre di più sul nostro stato di salute – arrivando perfino a dirci come certi alimenti influenzano la nostra digestione, perché sempre più persone sento il bisogno di prendersi cura di sé in modo concreto e tracciabile.
Guardandovi intorno in palestra o anche solo sui social, è praticamente impossibile non notare quanti indossano uno smartwatch, lo si indossa in tutte le occasioni, sia durante l’attività fisica, sia nei momenti liberi e di svago.
Il punto è che, quando un fenomeno ruota attorno alla salute – che tocca tutti, senza distinzioni – diventa un trend sociale che coinvolge generazioni diverse, dalla Generazione X ai Millennial, fino alla Generazione Z.
Le stime parlano chiaro: si prevede una crescita del 18% del mercato entro il 2034. Ma il dato più interessante non è il numero in sé. È tutto ciò che questo trend ci racconta su come stiamo vivendo – o forse riscrivendo – il nostro rapporto con la salute.
Conoscenza, performance e controllo
I dispositivi fitness riflettono la crescente necessità delle persone di prendersi cura del proprio corpo e a volte, per essere soddisfatti, basterebbe essere in grado di migliorare anche solo un aspetto del proprio stile di vita: movimento, idratazione, alimentazione, respirazione etc.
L’insoddisfazione per alcuni aspetti della propria salute – come sonno, peso o stress – è ancora oggi uno dei motivi principali che spinge ad acquistare dispositivi fitness. I dati mostrano che questi strumenti possono davvero favorire cambiamenti concreti: le persone si scoprono più attive oppure – al contrario – dal confronto con amici e parenti capiscono che è necessario introdurre abitudini di rilassamento per abbassare i battiti cardiaci notturni.
Ma, di fronte a un’assistenza sanitaria pubblica sempre meno accessibile, i dispositivi fitness – proprio come succede con Google o ChatGPT – vengono percepiti come una sorta di “medico personale”, in grado di offrire attenzione e feedback continui.
Se ci si concentra invece sul mondo sportivo, che sia o meno agonistico, questi dispositivi diventano veri e propri allenatori portatili, capaci di tracciare progressi e performance fisiche, restituendo un feedback chiaro: “sei andato bene” oppure “sei andato male”.
Tutto questo misurare rischia forse di trasformare la nostra salute in una gara. In un momento in cui la società ci spinge costantemente a performare, diventa facile iniziare a valutare il nostro valore personale solo attraverso questi numeri.
Da accessorio a seconda pelle
Un tempo erano una curiosità, oggi questi oggetti sono diventati parte di noi. Li indossiamo anche quando non servono e li scegliamo con attenzione estetica, ma non è solo questione di stile: più li usiamo, più ci conoscono.
Col tempo imparano a riconoscere i nostri pattern, ci studiano in profondità e ci restituiscono dati sempre più precisi, ma questa dinamica sembra non turbare se come beneficio otteniamo un ruolo attivo nel controllo e gestione della nostra salute.

Da medicina curativa a preventiva
C’è un altro aspetto da non sottovalutare. Il momento di crisi che sta attraversando la sanità pubblica ci aiuta a capire – in parte – perché stanno aumentando le vendite di dispositivi fitness di ogni tipo.
Un dato preoccupante salta all’occhio se si leggono alcune ricerche. Più della metà degli europei non si sottopone a controlli periodici, e questo può essere legato sia a fattori economici – sempre meno visite sono accessibili tramite la sanità pubblica – sia a fattori culturali: nella popolazione europea, e non solo, manca ancora una vera cultura della medicina preventiva. Ed è proprio la prevenzione la direzione che molti studiosi consigliano di intraprendere, sia per il benessere delle persone che per la sostenibilità dei sistemi ospedalieri.
La medicina preventiva è ancora poco diffusa. Ci si cura solo quando il problema è già presente. Ma viviamo più a lungo, spesso con meno risorse economiche. E allora prevenire diventa una necessità.
È per questo che molti professionisti della salute consigliano di affidarsi – almeno in parte – a dispositivi che monitorano le condizioni fisiche.
La risposta della popolazione è evidente, soprattutto perché in un momento storico in cui la parola “self awareness” è diventata quasi una moda, avere uno strumento che ci aiuta a conoscerci meglio può suscitare curiosità ed entusiasmo.
Le nuove frontiere del wearable
Le aziende, da parte loro, lo hanno capito: non basta più contare i passi. Il focus si è spostato su aspetti più ampi e complessi del benessere, come la salute mentale, la qualità del sonno, i livelli di stress e persino la salute intestinale. Le nuove proposte sono sempre più specifiche e affascinanti.
C’è, per esempio, Oura Ring, un anello che monitora il sonno, la frequenza cardiaca, la temperatura corporea e l’attività fisica. hDrop è una fascia elastica dotata di un sensore in grado di analizzare in tempo reale il livello di idratazione. FoodMarble, invece, è un piccolo dispositivo che, tramite l’analisi del respiro, fornisce indicazioni su come digeriamo gli alimenti. Infine, Nurosym è un elettrodo progettato per stimolare il nervo vago e aiutare il cervello a gestire meglio lo stress.
È tutto molto interessante, ma questi strumenti hanno tutti qualcosa in comune: il prezzo. Nella maggior parte dei casi superano i 200 dollari, e spesso richiedono anche la sottoscrizione di un abbonamento per accedere alle funzionalità più avanzate.
Status symbol o strumenti utili?
Ed è qui che le cose si complicano.
Questi dispositivi rischiano che la salute smart diventi lusso per pochi, accessibili solo a coloro che possono permetterseli oppure, per chi non può, di diventare un oggetto del desiderio per ottenere approvazione sociale. Perché questi dispositivi, oltre a essere strumenti per la salute, sono diventati anche simboli, segni di appartenenza a una certa community: quella delle persone attive, attente, aggiornate – e diciamolo, anche benestanti.
Ma guardando al futuro di questo trend, sarà fondamentale prestare attenzione a un fenomeno già oggetto di studio: lo sviluppo – in alcuni casi – di abitudini ossessive nel controllo dei dati, spesso legate alla difficoltà delle persone nel saper interpretare correttamente le informazioni raccolte.

Siamo ossessionati dal self tracking?
La risposta è sì. Anche se gli esseri umani non sono nati per tracciare ogni respiro o ogni passo della giornata, abbiamo sviluppato l’abitudine – spesso malsana – di confrontarci costantemente con gli altri attraverso i dati.
Un esempio chiaro arriva dai social con il cosiddetto Strava trend. Per chi non la conoscesse, Strava è un’app pensata per la corsa, il ciclismo e l’escursionismo, che permette di registrare le proprie attività e condividerle sui social tramite grafici dinamici.
Da qualche mese la community dei runner è impazzita per questo trend: nei video condivisi sui social, si vedono persone che saltano sopra il telefono o lo infilano in un frigorifero pur di creare l’immagine perfetta da postare con i dati dell’ultima corsa.
Tutti sembrano attratti da questo fenomeno, anche i neofiti che iniziano a correre. E se da un lato può servire da stimolo per migliorarsi, dall’altro alimenta inevitabilmente l’invidia verso chi percorre più chilometri o mantiene un passo più veloce. I dati mostrati da queste grafiche – chilometri, passo e tempo – non tengono conto però del percorso sportivo della persona (da quanto si allena, le scarpe indossate, il tipo di terreno etc).
L’ossessione per il monitoraggio ci porta così a perdere di vista sia il traguardo finale che il percorso che ci ha condotti, perché finiamo per concentrarci solo su ciò che un numero dice di noi. È per questo che dovremmo imparare ad avere più compassione verso noi stessi e a non rimproverarci quando non riusciamo a rispettare gli obiettivi che ci siamo prefissati, o che i nostri dispositivi fitness sembrano imporci.
Un cambio di mentalità – che deve partire da noi, ma anche dalle aziende che producono questi strumenti – potrebbe aiutarci ad aumentare l’autostima e a costruire un rapporto più sano e sereno con i dispositivi che utilizziamo.
Vorrei lasciarvi con una riflessione provocatoria, citando la sociologa Jenny Davis: chi si tiene abitualmente sotto controllo non raccoglie solo dati per conoscersi meglio, ma li usa anche per dare forma al racconto che fa di sé a sé stesso.




