Nei miei ricordi di bambino c’è questo cartone animato con un draghetto sputafuoco che, in barba alla sua natura e al volere del padre, appare gioioso sull’autoscala con in testa l’elmetto rosso e in mano la manichetta antincendio, gridando al mondo “Farò il pompiere!”.
Per molti di voi è preistoria, visto che la serie di animazione italiana “Grisù il draghetto” viene trasmessa per la prima volta nel 1975, basata sul personaggio ideato dai fratelli Pagot un decennio prima per Carosello. Già per me, classe ‘76 e dunque Generazione X, erano vecchie repliche.
Crescendo negli anni ‘80, il sogno professionale dei miei coetanei era così diviso: i maschi calciatori, le femmine veline (sempre per “colpa” della TV). Già allora, io non ero molto allineato, come Grisù: sognavo di fare l’archeologo o il giornalista, potendo frequentare, primo della mia famiglia, l’università. Ma ai tempi nessuno probabilmente avrebbe immaginato un lavoro così figo come il “Ministro del Futuro”!
Si certo non è al supremo livello di “Imperatore galattico” in Star Wars, ma batte di gran lunga “I’m CEO, B***h.” del nostro Zuck.
Rispondo subito: no, non me lo sono inventato. In Svezia nel 2014, prima al mondo, Kristina Persson viene nominata “Ministro per le strategie future e per la cooperazione nordica”, ma per tutti è il Ministro per il Futuro.
Primo caso al mondo di politico il cui incarico prevede di interpretare il cambiamento e promuoverlo. Le convinzioni dell’allora 71enne, socialdemocratica convinta in un paese noto per il suo alto livello di welfare, furono ribadite anche in un’intervista rilasciata in Italia:
“Per costruire lo sviluppo serve una visione lungimirante: parità di genere, fiducia negli altri e nelle istituzioni e innovazione”.
Aggiungiamo il suo richiamo a una buona governance e ad istituzioni credibili e prive di corruzione, e forse capiamo perché da noi l’esperienza non è mai stata replicabile.
In ogni caso, il suo incarico è durato solo 2 anni (fino al 2016).
Anche Intelligenza Artificiale e Felicità ci sono già
Ci spostiamo negli Emirati Arabi Uniti (EAU), e qui troviamo più di un primato significativo.
Nel “lontano” 2017 l’allora 27enne Omar Sultan Al Olama viene nominato “Ministro per l’Intelligenza Artificiale”, tuttora in carica, con titolo esteso ad “Economia Digitale e le Applicazioni del Lavoro da Remoto”. Il suo impegno prevede obiettivi molto ambiziosi per il suo paese: diffusione guida autonoma, blockchain e digitalizzazione, energia pulita e, niente meno che… la costruzione del primo insediamento urbano su Marte, di cui c’è già la deadline al 2117!
Non stupisce questa attenzione al futuro, con Dubai molto attiva grazie alla presenza della Future Foundation, un think tank tra i più innovativi al mondo, tra i cui progetti c’è anche il meraviglioso Museo del Futuro.
Tornando ai suoi primati, dal 2020 negli Emirati Arabi Uniti è previsto il ruolo di “Minister of State for Government Development and the Future” affidato a Ohood Al Roumi, che aveva già ottenuto in precedenza un incarico altrettanto innovativo e sorprendente: nel 2016, allora 22enne, fu designata come Ministro per la Felicità e il Benessere. La missione era quella di promuovere il benessere dei cittadini e dei residenti attraverso politiche e programmi che migliorano la qualità della vita, non solo la prosperità economica. Il tutto integrando la felicità nelle politiche dei ministeri e delle aziende private, e studiando strumenti per misurarla. (Già mi vedo da noi gli impiegati del ministero alle prese con il “feliciometro”).
Ad essere onesti, però, un Ministero per la Felicità ce l’ha da tempo anche il Bhutan, creato per volere del Re di questo piccolo stato alle pendici dell’Himalaya considerato il “Paese più felice del mondo”. In Bhutan la sanità e l’istruzione sono garantite a tutti, se non hai lavoro puoi chiedere gratuitamente della terra da coltivare, vanta poca criminalità, un territorio verde protetto, e soprattutto… non esistono le tasse!
Parlare di un popolo felice quindi non stona, anzi, si è andato oltre: dal 1972 prendono in considerazione più del PIL, la GNH – Felicità Interna Lorda. La Gross National Happiness è una misura olistica del benessere che include fattori sociali, ambientali e spirituali divisi in nove domini, e viene misurata ogni cinque anni. I suoi “quattro pilastri” sono così definiti: il buon governo, lo sviluppo sostenibile, la conservazione e la promozione del patrimonio culturale e la tutela dell’ambiente.
Dimenticavo, in Bhutan, non hanno nemmeno i semafori!
Quest’ultimo incarico mi richiama l’idea del Chief Happiness Officer aziendale, ma tra poco ci arriviamo.

Lavori interessanti che io farei
Quando parliamo di lavoro e Gen Z, quello che emerge non è tanto “quale” lavoro desiderino, ma “come” deve essere il lavoro per loro. Siamo di fronte ad un vero cambio di paradigma e ne abbiamo scritto in un’altro articolo (qui).
Non vi parlerò nemmeno delle cosiddette “nuove professioni” come influencer, creator, gamer, podcaster, streamer, che sono nuove solo per chi le chiama così.
Ho scelto invece altri lavori per una personalissima lista di quelli in grado di stuzzicare la mia attenzione. Alcuni sono evoluzioni di lavori esistenti, altri nascono grazie alle nuove tecnologie, qualcuno deve ancora delinearsi del tutto. Poi magari mi dite i vostri!
1. Chief Happiness Officer (CHO) – eccoci a parlare di questa professione che si dice nata negli anni 2000 nella Silicon Valley, il che suona credibile. Chade-Meng Tan, tra i primi assunti di Google, quando l’azienda concesse ai propri ingegneri di dedicare il 20% del loro tempo alle proprie passioni, decise di ricoprire il ruolo di “Jolly Good Fellow“, che da noi equivale tradotto alla canzoncina “Perché è un bravo ragazzo”. Poi divenne CHO, anticipando una tendenza seguita da molte delle grandi aziende americane di avere un professionista capace di gestire nuovi modelli organizzativi utili a generare benessere per le persone e per l’impresa. Non a caso, uno studio di Oxford rivela che i dipendenti felici sono il 13% più produttivi. In Italia ne avremmo davvero molto bisogno.
2. Chief Curiosity Officer (CCO): se la curiosità è una skill sempre più fondamentale per sapersi muovere nella complessità, reinventarsi, innovare, viene da sé che avere in azienda un ruolo deputato a incentivarla è un’ottima strategia. Qualcuno che, non troppo preso a fare il “business as usual”, sia portatore e valorizzatore di tutti i tipi di curiosità esistenti. Qualcuno appassionato come Sarah DaVanzo o esploratore come Francois Malherbe.
3. Giurista ambientale. Mi piace l’idea di fare il culo causa a multinazionali cattive e a governi inadempienti. Nel caso specifico la chiamano climate litigation, ed è in forte aumento: a giugno 2025 si contavano 3.099 cause in 55 giurisdizioni nazionali. Sarà per l’immaginario visto nei tanti film sul tema, ma condurre e vincere queste cause Davide-contro-Golia con clienti come le svizzere “Anziane per il clima” o i sei giovani portoghesi, credo sia davvero esaltante.
4. Riparatore di cose. Una delle risposte più efficaci dell’economia circolare è la spinta a riparare le cose, riducendo la necessità di produrre nuovi beni e di conseguenza l’estrazione di materie prime, i rifiuti e le emissioni. Non a caso nel 2024 è entrata in vigore la nuova Direttiva sul diritto alla riparazione (UE) 2024/1799. Ora a tutti noi è capitato di cercare qualcuno che possa aggiustare oggetti elettronici o piccoli elettrodomestici, e non è una ricerca facile. Ma nemmeno sistemare mobili, modificare abiti o riparare biciclette: pochi e pieni di lavoro. Dall’altro lato aggiustare qualcosa da un’estrema soddisfazione, è un anti stress notevole, e in alcuni casi come il kintsugi (l’arte giapponese di riparare la ceramica con l’oro) viene considerato una metafora della resilienza. Un’idea potrebbe essere quella di aprire un Repair Cafè, che ne dite?
5. Ecodesigner o green designer. Sarà che mi considero da sempre un designer, ma farlo tenendo a mente l’impatto ambientale lungo l’intero ciclo di vita di ciò che progetti, mi sembra ormai d’obbligo. Importante dunque scegliere materiali sostenibili, ottimizzare l’efficienza energetica, favorire la durabilità e anche il disassemblaggio e il fine vita del prodotto che sia la riciclabilità o il corretto smaltimento. Non male nemmeno l’idea di “inventarli” questi nuovi materiali sostenibili, come compete ad un ingegnere dei materiali. Io sarei felice ad abitare in un futuro prossimo in una casa fatta di mattoni di micelio.
6. Geoingegnere climatico. Anche qui si parla di clima, ma da un punto di vista attivo e scientifico. Spetta infatti a questi professionisti studiare interventi su larga scala per mitigare i cambiamenti climatici. Loro compito: cercare modi per catturare la CO2 e per ridurre le radiazione solari. Problema: nella comunità scientifica ci sono dubbi sugli effetti a lungo termine e sui possibili controeffetti. E a questi si aggiungono i complottisti che ci vanno a nozze con queste tematiche. Resta che l’idea di un ombrellone spaziale gigante per raffreddare la Terra, è tanto bizzarra quanto suggestiva.
7. Longevity coach: aiuta le persone a vivere sane più a lungo, visto che la prospettiva di vita è sempre più lunga. Si può parlare anche di biohacking, la tendenza a gestire, controllare e modificare se stessi e l’ambiente al fine di migliorare la longevità o le prestazioni fisiche e mentali. La meditazione e il digiuno intermittente sono ormai collaudati da tempo ma non mancano pratiche discutibili che ci portano ai soliti techno-miliardari. Quindi sta a voi scegliere se seguire la strada del miliardario Bryan Johnson o quella della nostra mitica Emma Mazzenga!
8. Designer di futuri. In realtà, su questo ci starei già lavorando; ne riparliamo tra qualche anno e vi saprò dire.

Per concludere
Siamo partiti dal “vero” lavoro di Ministro del Futuro e chiudiamo con il medesimo ruolo, ma questa volta immaginato da Kim Stanley Robinson nel suo romanzo di fantascienza “Il ministero per il futuro” (scritto nel 2019, tradotto da Fanucci). Ambientato nei prossimi anni a venire il libro parla della costituzione di un nuovo organismo per la difesa di “tutte le creature viventi presenti e future” in un mondo vicino al collasso climatico.
Abbiamo inventato la cli-fi (climate fiction), anche questo dovrebbe dirci qualcosa.
Kim Stanley Robinson è un “testardo ottimista”, ha tante buone idee – alcune sue invenzioni letterarie hanno analogie con idee reali di cui si sta studiando la fattibilità – e viene ascoltato anche dove si decidono cose importanti come al Pentagono o alle Conferenze sul Clima (Cop). Ha pure la stima di Obama, per darvi qualche riferimento.
Quindi ben vengano prospettive di realistica speranza; credo che nessuno di noi voglia dover gridare davvero “Farò il pompiere” mentre il pianeta brucia.
Grazie dell’attenzione.





