foto dell’articolo di Fabio Pupin
Se dovessimo scegliere un oggetto capace di raccontare la nostra epoca meglio di molti saggi sociologici, probabilmente non sarebbe un’auto, un computer o un televisore. Sarebbe lo smartphone. Lo smartphone è il primo oggetto tecnologico davvero biografico che l’umanità abbia mai avuto tra le mani. Vive con noi, si muove con noi, dorme accanto a noi, attraversa le nostre giornate raccogliendo una quantità impressionante di tracce di vita. Dentro quel rettangolo di vetro si accumulano conversazioni, fotografie, mappe, promemoria, screenshot, playlist, appunti, piccoli frammenti emotivi che spesso non consideriamo neppure dati, ma che di fatto costituiscono una sorta di archivio esistenziale portatile.
Secondo le rilevazioni più recenti, in Italia il 97,9% della popolazione possiede uno smartphone. Passiamo online quasi sei ore al giorno e circa due di queste scorrono sui social network. In media lo sblocchiamo più di cento volte nell’arco di una giornata.
Sono numeri impressionanti, ma in realtà raccontano solo una parte della storia perché la relazione che abbiamo costruito con lo smartphone non è soltanto una questione di tempo di utilizzo o di quantità di notifiche ricevute. È una relazione molto più profonda, quasi fisica: lo smartphone è diventato uno degli oggetti più intimi che possediamo.

Il primo oggetto che tocchiamo al mattino
Provate a fermarvi un momento e a pensare a un gesto estremamente semplice: il primo gesto della giornata. Per molte persone il primo oggetto che viene toccato al mattino non è la maniglia della porta, non è il pavimento su cui si appoggiano i piedi e spesso non è neppure il volto di qualcuno accanto a loro. È lui, proprio lo smartphone.
Ancora prima di parlare, prima di alzarsi davvero dal letto, prima di essere completamente svegli, molte persone allungano la mano verso il telefono appoggiato sul comodino. Lo prendono, lo sbloccano e iniziano a scorrere notifiche, messaggi, aggiornamenti. Guardano l’ora, controllano la posta, aprono una chat rimasta in sospeso dalla sera prima.
È un gesto che ormai si compie quasi senza pensarci, con una naturalezza che ricorda altre picole abitudini quotidiane come accendere la luce o bere un sorso d’acqua. Questo piccolo gesto racconta molto più di qualsiasi statistica sul tempo trascorso davanti allo schermo. Racconta che lo smartphone è entrato a far parte della nostra coreografia quotidiana, dei movimenti automatici che scandiscono le giornate. È diventato uno degli oggetti che abitano più stabilmente lo spazio attorno al nostro corpo.

Il piccolo labirinto che portiamo in tasca
Non è quindi sorprendente che una delle immagini più efficaci per raccontare la nostra relazione con lo smartphone sia quella del labirinto. È l’idea alla base di Tech IT Easy! Vivere con lo smartphone, il nuovo percorso espositivo ospitato negli spazi dell’Agorà del MUSE – Museo delle Scienze di Trento visitabile fino al 27 settembre 2026. L’allestimento invita il pubblico a esplorare una delle relazioni più intime e complesse della contemporaneità , proprio quella che intratteniamo con i dispositivi mobili che ci accompagnano ogni giorno.
Il percorso è costruito come un labirinto perché il labirinto rappresenta bene quella sensazione di disorientamento che molti sperimentano quando entrano nello spazio digitale del proprio smartphone. Una notifica ne richiama un’altra, un video porta a un altro video, un link apre un nuovo flusso di informazioni. In pochi minuti ci si ritrova immersi in una sequenza quasi infinita di contenuti.
Lo smartphone è diventato il nostro accesso personale a un numero sterminato di ambienti digitali: informazione, intrattenimento, lavoro, relazioni, acquisti, giochi, memorie. È una porta sempre aperta verso mondi virtuali che si rinnovano continuamente. Eppure, proprio perché è diventato così familiare, raramente ci fermiamo a riflettere davvero su cosa succede quando entriamo in quel piccolo labirinto.

Non è solo tecnologia: è antropologia quotidiana
Quando si parla di smartphone, il dibattito pubblico oscilla spesso tra due narrazioni opposte. Da un lato c’è la celebrazione tecnologica, che descrive lo smartphone come uno degli strumenti più straordinari mai creati dall’essere umano. Dall’altro lato troviamo una narrazione più pessimistica, che tende a vedere nello smartphone la causa di una progressiva distrazione collettiva. Entrambe queste narrazioni sono parziali.
Lo smartphone è soprattutto un oggetto antropologico, uno di quegli strumenti che cambiano lentamente il modo in cui gli esseri umani abitano il mondo.
Pensiamo a quante situazioni della vita quotidiana sono state trasformate negli ultimi quindici anni. Aspettare un treno. Orientarsi in una città sconosciuta. Ricordarsi un appuntamento. Fotografare qualcosa di bello o di buffo. Condividere un momento con qualcuno lontano. Cercare una risposta al volo mentre si discute con un amico.
Infinite situazioni. E in ognuna di queste situazioni lo smartphone è diventato una presenza quasi naturale, un oggetto che media continuamente il nostro rapporto con lo spazio, con le informazioni e con le altre persone.

Il dispositivo che ha colonizzato il tempo vuoto
Una delle trasformazioni più profonde portate dallo smartphone riguarda qualcosa che spesso non consideriamo: il tempo vuoto. Prima dell’arrivo degli smartphone esistevano molti piccoli momenti della giornata in cui non succedeva niente. Il tempo dell’attesa in una fila, il tempo trascorso su un mezzo pubblico, quei pochi minuti tra un impegno e l’altro.
Erano spazi temporali minuscoli, quasi invisibili, ma avevano una funzione importante. Erano momenti in cui la mente poteva vagare, osservare, annoiarsi, immaginare. Lo smartphone ha progressivamente colonizzato proprio questi spazi. Quello che un tempo era tempo morto è diventato tempo scrollabile. Ogni attesa può essere riempita con una sequenza infinita di contenuti, notizie, messaggi, video brevi.
Questo non significa necessariamente che siamo diventati meno intelligenti o meno creativi: significa, piuttosto, che il modo in cui la nostra attenzione si muove nel mondo è cambiato.

Il corpo dello smartphone
Un altro aspetto spesso sottovalutato della relazione con lo smartphone riguarda il corpo. Lo smartphone è un oggetto fisico che passa molte ore tra le nostre mani, condizionando posture, gesti e minuscoli movimenti. Pensiamo alla quantità di gesti ripetuti ogni giorno: scorrere lo schermo con il pollice, ingrandire una fotografia con due dita, toccare una notifica, bloccare e sbloccare lo schermo.
Questi movimenti formano una vera e propria coreografia quotidiana che ormai è entrata nel nostro sistema motorio. Non è un caso che il progetto del MUSE analizzi il rapporto con lo smartphone attraverso tre dimensioni diverse del benessere: fisica, mentale e sociale.
Lo smartphone vive nel nostro corpo e nei nostri ritmi quotidiani. Quando lo smartphone non è a portata di mano molte persone sperimentano una sensazione di lieve inquietudine. In alcuni casi questa sensazione è stata persino descritta con un termine specifico: nomofobia, ovvero la paura di restare senza telefono.
Non si tratta necessariamente di una vera patologia. È piuttosto il segnale di una trasformazione culturale: lo smartphone è diventato una protesi cognitiva che contiene una parte significativa della nostra memoria personale. Dentro lo smartphone conserviamo contatti, fotografie, conversazioni, documenti, mappe, password, promemoria. In un certo senso, il telefono è diventato un’estensione della nostra mente.
Perdere lo smartphone oggi significa perdere temporaneamente accesso a una porzione importante della propria identità digitale. Per questo motivo il lavoro culturale più interessante oggi non è demonizzare la tecnologia né celebrarla in modo acritico. Occorre imparare a osservarla con attenzione.
Lo smartphone è uno dei più grandi generatori di piccoli dati della vita quotidiana: screenshot salvati per caso, cronologie di ricerca, note scritte al volo, chat dimenticate, playlist ascoltate in momenti particolari. Questi frammenti raccontano come cambiano le relazioni, come cambia il modo in cui costruiamo memoria, come cambiano i tempi della nostra attenzione. Dentro lo smartphone ci siamo noi.





