Tutti abbiamo, o abbiamo avuto, una chat di amici. O ex compagni di università, o vecchi frequentanti di un corso. Dentro ci sono persone che si vogliono bene, qualche fotografia, un accordo unanime sulla necessità di vedersi e nessuna data. Voi proponete martedì. Martedì c’è una trasferta. Giovedì? Giovedì qualcuno ha i bambini, qualcuno yoga, qualcuno ha scritto “per me dovrebbe andare” con una cautela che farebbe sospendere il lancio di un satellite. Poi arriva un meme. Tutti ridono. La cena arretra di un altro mese.
Noi di BUNS partiremo da qui per parlare di Vibe. I segreti dei legami forti in un mondo solitario, il libro di Adam Grant pubblicato da Egea. Da questo piccolo successo comunicativo dentro un fallimento organizzativo: siamo riusciti a dirci che ci manchiamo, continuiamo a piacerci, abbiamo perfino riso insieme. E tuttavia non ci siamo visti.
È una distinzione che ci interessa perché sposta la domanda. Invece di chiederci soltanto perché sia diventato difficile stare con gli altri, possiamo osservare cosa succede tra il desiderio di incontrarsi e il momento in cui qualcuno suona il citofono. In mezzo ci sono orari di lavoro, tragitti, soldi, stanchezza. E spesso una persona che, a un certo punto, smette di scrivere “organizziamo” e comincia a organizzare.
Grant guarda le relazioni con gli strumenti dello psicologo delle organizzazioni. Mette insieme ricerche, storie e distinzioni utili a capire come nasce una connessione, come dura, come si allarga a un gruppo. Il suo materiale comprende amicizie, coppie, colleghi, famiglie. Una parte del piacere di leggerlo viene proprio da questi passaggi: la stessa domanda cambia faccia quando dalla cena arriviamo a una squadra o a una band che non riesce più a parlarsi. Il titolo suggerisce una qualità impalpabile, quella cosa che sentite quando una conversazione prende e smettete di controllare l’ora. Il libro passa parecchio tempo a cercare le condizioni concrete che la rendono possibile.
Sfogliamolo insieme.

La compatibilità ha bisogno di occasioni
Avete presente quando tornate da un incontro e dite “non c’era chimica”? È una frase comoda, anche ragionevole. Solo che qualche volta chiude un’indagine ancora prima di averla aperta. Abbiamo parlato dove? Facendo cosa? Con quanta libertà di andarcene, di cambiare argomento, di essere un po’ meno pronti di come volevamo sembrare?
Nelle pagine iniziali Grant mette in discussione l’idea che basti conoscere le caratteristiche di due persone per prevedere quello che succederà tra loro. La compatibilità prende forma anche nell’interazione. Possiamo avere moltissimo in comune e fare una conversazione estenuante; possiamo scoprire un’intesa mentre aiutiamo qualcuno a montare uno scaffale, attività durante la quale nessuno dei presenti aveva previsto di mostrare il proprio lato migliore.
Il punto ci sembra prezioso per chi osserva le culture digitali. Un profilo descrive, seleziona, aiuta a incontrarsi. Poi arriva il lavoro che quelle informazioni non possono fare al posto nostro: trovare un passo, capire quando intervenire, lasciare spazio, accorgersi che la battuta non è arrivata e sopravvivere alla cosa. Grant distingue anche i diversi contributi che una relazione può dare: c’è chi vi aiuta a fare qualcosa, chi a ragionare, chi a divertirvi, chi vi conosce più intimamente. Le funzioni possono convivere. Leggendole, viene da pensare a quante amicizie sottoponiamo a un esame di completezza piuttosto ingiusto. La persona con cui camminate benissimo dovrebbe anche capire il vostro lavoro, amare i vostri film e trovare le parole giuste quando state male. Poi ci stupiamo se le candidature scarseggiano.
Un legame può cominciare da una cosa piccola e restare importante anche senza occuparsi di tutto. Perché cominci, però, serve un’occasione abbastanza semplice da poter essere ripetuta.

Possiamo vederci (anche se dobbiamo pagare una bolletta)
Una delle scene migliori del libro riguarda l’Admin Night, ideata dal giornalista Chris Colin. Gli amici si ritrovano per sbrigare incombenze amministrative: pagare bollette, chiedere rimborsi, disdire abbonamenti. Stanno insieme mentre affrontano cose che, da soli, avrebbero rimandato.
È difficile immaginare una proposta meno seducente nel linguaggio degli eventi. “Portate il computer, c’è da risolvere quella faccenda con il servizio clienti.” Eppure contiene un’intuizione molto concreta: potete frequentarvi anche dentro la vita che avete, compresa la parte che non avreste mai fotografato.
Spesso riserviamo agli altri una versione preparata della nostra esistenza. Ci vediamo quando la casa sarà presentabile, quando avremo qualcosa da raccontare, quando riusciremo a cucinare. Nel frattempo la parte ordinaria occupa tutto lo spazio disponibile. Il bucato continua, le persone aspettano.
L’Admin Night fa incontrare queste due agende. Consente di arrivare stanchi e di avere ancora una cosa da fare. Anzi, quella cosa diventa il motivo per esserci. Noi ci leggiamo anche un piccolo cambiamento nel modo di intendere l’ospitalità: offrire a qualcuno un posto dentro un’attività già in corso, senza chiedergli di rendere speciale la serata. Naturalmente sbrigare pratiche insieme non basta a costruire un’amicizia. Però cambia il costo dell’invito. “Vieni mentre faccio questa cosa” può trovare spazio dove “«”organizziamo una cena come si deve” resta in attesa di un trimestre economicamente e spiritualmente favorevole.
È qui che il libro ci ha fatto pensare a un’altra forma di stare insieme, nella quale la prestazione richiesta scende ancora: potete persino tenere la bocca chiusa.

Un club dove non dovete dire una cosa intelligente
Il Silent Book Club nasce a San Francisco nel 2012 da due amiche, Guinevere de la Mare e Laura Gluhanich. Questa la versione dal 2023 a Torino, per esempio. La formula prevede che ciascuno porti la lettura che preferisce. Ci si ritrova, si dedica circa un’ora alla lettura silenziosa; dopo, socializzare è facoltativo. Nessun libro assegnato da finire prima dell’incontro. La parentela con Vibe sta nell’attenzione al modo in cui un incontro viene costruito. Grant dedica alcune pagine al silenzio e racconta il proprio disagio davanti a forme di intimità imposta. Il Silent Book Club ci permette di portare il discorso un passo più in là: quale parte della difficoltà di partecipare viene dalle persone, e quale dalle richieste del formato?
Se per entrare in un gruppo dovete subito presentarvi, dimostrare competenza o raccontare qualcosa di personale, l’ingresso può costare parecchio. Qui avete un ruolo comprensibile: siete persone che leggono. Potete esserci prima di decidere quanto esporvi. Ci sembra una possibilità fertile anche per chi progetta spazi digitali. La domanda “perché gli iscritti non intervengono?” contiene talvolta una risposta già pronta: sarebbero timidi, disinteressati, poco coinvolti. Provate a guardare che cosa chiedete per prendere la parola. Magari c’è da formulare un’opinione brillante davanti a sconosciuti, sotto il proprio nome, in una conversazione che resterà consultabile per anni. A quel punto il silenzio acquista una certa logica.
Naturalmente un club di lettura silenziosa conserva anche un limite: dovete poter raggiungere il posto, avere quell’ora libera, sentirvi a vostro agio. Abbassare una richiesta aiuta a vedere meglio le altre. È già molto.

Il tostapane vi dà qualcosa da fare con le mani
Nei Repair Café si portano oggetti rotti e si prova a ripararli insieme a volontari competenti. Gli incontri sono gratuiti. Chi partecipa può imparare, dare una mano, fermarsi a bere qualcosa. Il primo nasce ad Amsterdam nel 2009 per iniziativa di Martine Postma. Qui il collegamento con Grant passa per il ruolo delle attività condivise. Un oggetto da riparare mette sul tavolo una questione precisa. Qualcuno sa come aprirlo, qualcun altro racconta quando ha smesso di funzionare. Potete fare domande senza dovervi inventare un argomento. E avete un posto dove guardare quando non sapete più cosa dire.
Per noi di BUNS, che ci interessiamo a quello che le persone fanno attorno alle cose, è una scena particolarmente ricca. Il tostapane offre un primo motivo per restare. Permette di conoscere una competenza prima di chiedere una biografia. La conversazione può allargarsi, oppure fermarsi lì: entrambe le possibilità sono sostenibili. Questo non significa che da una riparazione uscirà un’amicizia. Significa che il formato rende praticabile un incontro senza esigerne subito l’esito. E consente di contribuire in modi diversi: sapere aggiustare, provare, ascoltare una spiegazione. Una comunità può offrire ruoli prima ancora di chiedere identificazione.

tratto dal libro Vibe di Adam Grant – Credits: @researchdoodles by M. Shandell
La cassetta della posta come scelta editoriale
Nel capitolo sulle comunità Grant racconta Serenbe, un insediamento vicino ad Atlanta. Un dettaglio merita di essere trattenuto: la posta si ritira in padiglioni comuni, con panchine e bacheche. Quel tragitto crea occasioni per incontrare i vicini. Nel racconto del libro, andare a prendere la corrispondenza può diventare un’uscita parecchio più lunga del previsto.
Ora immaginate di presentare questa caratteristica come un servizio: “Per ritirare una busta potreste impiegare un’ora”. Qualcuno chiederebbe immediatamente un’alternativa. E avrebbe le sue ragioni. Il valore della sosta dipende dalla possibilità di farla. Per chi ha tempo, la deviazione può diventare una conversazione. Per chi deve tornare da una persona da assistere, rischia di essere un ostacolo. Una panchina è un invito soltanto se potete fermarvi e se quel luogo è accessibile per voi.
Anche online incontriamo scelte simili. Un servizio può permettervi di completare tutto in autonomia; può anche offrire un passaggio nel quale chiedere aiuto, riconoscere qualcuno, tornare a trovare la stessa persona. Decidere quali passaggi facilitare e quali occasioni mantenere richiede più attenzione di un generico elogio della lentezza. La seccatura di dover organizzare da capo ogni appuntamento consuma il tempo disponibile. L’incertezza di conoscere qualcuno ne chiede un uso diverso: ascoltare una risposta inattesa, rivedere un’impressione, accettare che la conversazione prenda una strada sua. Le due fatiche si assomigliano soltanto da lontano.
Se uno strumento ci aiuta a trovare un martedì, ben venga. Quel martedì, poi, deve poter succedere qualcosa che non avevamo già scritto nel programma.

Una cartolina non ha bisogno di diventare un’amicizia
Grant racconta di Pat DeReamer e Mary Kroger, che si sono rispedite per decenni lo stesso biglietto di compleanno. È un oggetto che viaggia dentro una storia comune e ne diventa parte. Il gesto ritorna, senza dover essere reinventato ogni volta. Pensate ora a Postcrossing, dove la corrispondenza segue una logica diversa. Il sito vi assegna un destinatario casuale al quale spedire una cartolina. Quando questa viene registrata, diventate a vostra volta idonei a riceverne una da un altro utente casuale. Lo scambio passa attraverso persone diverse.
Ci interessa perché mette in relazione una piattaforma e un gesto materiale senza obbligarci a decidere quale dei due sia più autentico. L’indirizzo arriva online; scegliere, scrivere e spedire richiede altro tempo. Il sistema coordina una possibilità che poi qualcuno deve realizzare.
Il biglietto raccontato da Grant e la cartolina destinata a uno sconosciuto hanno pesi diversi. Il primo custodisce un legame; la seconda può restare un singolo contatto. Vale la pena lasciare spazio anche a questo esito. Non tutti gli incontri devono crescere, approfondirsi e chiedere un posto stabile nella vostra vita. In una lettura di Vibe, questa ci sembra una distinzione necessaria. Possiamo apprezzare i piccoli scambi senza attribuire loro il potere di sostituire relazioni sulle quali contare. E possiamo riconoscere un gesto di attenzione anche quando non apre il capitolo successivo.

tratto dal libro Vibe di Adam Grant – Credits: Liz Fosslien
La strategia di inviti più piccoli
Fin qui abbiamo parlato di formati. Ma un club ha bisogno di qualcuno che scelga il luogo. Un incontro di riparazione richiede persone competenti disponibili a esserci. Persino una serata delle scartoffie comincia perché qualcuno manda un invito abbastanza preciso da ricevere una risposta. Questa persona, nei gruppi, la conoscete. Ricorda chi manca. Scrive a parte a chi è sparito. Sa dove si può stare senza spendere troppo. Quando la serata finisce, recupera il caricabatterie dimenticato e risponde a “la prossima la facciamo presto” cercando di capire se sia un’offerta di aiuto.
Il suo lavoro entra di rado nelle immagini con cui rappresentiamo l’amicizia. Nelle immagini c’è il tavolo pieno. Prima, qualcuno ha contato le sedie. Grant ha il merito di rendere osservabili molti di questi gesti: il ritmo dei contatti, lo scopo degli incontri, i rituali che aiutano a tornare. Leggendolo, però, noi vorremmo aggiungere una domanda a ogni proposta: chi riesce a sostenerla nel tempo? Sarebbe facile uscire dal libro con un nuovo compito da svolgere bene. Essere più presenti, più curiosi, più capaci di organizzare. Chi già tiene insieme un gruppo potrebbe ritrovarsi con un elenco di responsabilità più lungo e un vocabolario migliore per descriverle.
Per questo l’idea di progettare occasioni ci convince quando comprende anche la distribuzione del lavoro. Chi ha ospitato può partecipare la volta dopo senza occuparsi di tutto. Qualcuno prenota, qualcun altro cerca un posto raggiungibile, un’altra persona si prende il compito di ricontattare gli assenti. Possiamo permetterci inviti più piccoli proprio perché possono passare di mano. E poi ci sono i limiti che nessuna buona formula elimina. Orari imprevedibili, affitti che allontanano, trasporti difficili, lavoro di cura. Il costo di un aperitivo per qualcuno è una voce trascurabile; per qualcun altro determina se esserci. Leggere un libro sui legami dovrebbe renderci più attenti a queste condizioni, prima di farci valutare la disponibilità degli altri.

Quanto spazio lasciamo a una relazione che va male
L’altra cautela riguarda la parola vibe. Può far pensare che il risultato desiderabile sia sentirsi sempre bene insieme. Nel libro c’è spazio anche per i rapporti ambivalenti e per il conflitto. Grant distingue l’accettazione di alcune differenze dalla giustificazione di comportamenti abusanti. E, attraverso la storia dei Metallica, affronta la fatica di parlare quando evitare il confronto sembra la sola maniera di continuare. Questa parte corregge la tentazione di leggere tutto come una tecnica per produrre incontri piacevoli. Le relazioni durano anche quando possiamo dire che qualcosa ci ha ferito o che l’organizzazione sta ricadendo sempre sulle stesse persone. Il formato che ha favorito il primo incontro, a un certo punto, deve riuscire a contenere una richiesta scomoda.
Vale anche per le comunità di cui si occupano i brand. Chiamare qualcuno a partecipare è abbastanza facile; stabilire che cosa succede quando quella persona dissente richiede un impegno diverso. Chi ascolta una critica? Chi interviene se un membro esclude sistematicamente un altro? Quale potere hanno le persone di cambiare le regole del posto? La risposta si vede nei comportamenti ripetuti: chi può parlare, chi riceve attenzione, chi continua a fare il lavoro necessario perché gli altri tornino.

tratto dal libro Vibe di Adam Grant – Credits: Liz Fosslien
Quel martedì può bastare
Vibe funziona bene quando offre distinzioni con cui rileggere una scena familiare. La sua scrittura accompagna il lettore tra studi e racconti con chiarezza, e il repertorio di situazioni aiuta a non ridurre i legami a una sola forma. Si può uscirne riconoscendo meglio sia un’amicizia trascurata sia un incontro al quale stavamo chiedendo troppo.
Qualche passaggio richiede invece una pausa. Una storia di vicini che si incontrano va riportata alle condizioni del vostro quartiere. Un rituale riuscito in una famiglia potrebbe non trovare spazio nella vostra. È durante questo passaggio, dall’esempio alla propria vita, che il lettore deve conservare libertà di giudizio. Anche l’epilogo sull’intelligenza artificiale torna utile se lo leggiamo a partire da qui: gli strumenti possono aiutarci con una parte del lavoro, mentre una relazione continua a richiedere che entrambe le persone abbiano qualcosa da mettere in gioco. Possiamo farci suggerire un messaggio; resta da capire se sapremo ascoltare la risposta.
Il pensiero che ci portiamo via riguarda allora gli appuntamenti ai quali chiediamo di essere perfetti prima ancora di cominciare. Una cena deve trovare una data, un menù, un momento in cui tutti abbiano energie. Un incontro più piccolo può avere un compito, un luogo, una durata ragionevole. E abbastanza spazio perché chi arriva faccia cambiare qualcosa.
Torniamo alla chat. Stavolta il messaggio potrebbe essere: “Martedì dalle sette sono qui. Ho da sbrigare due cose e preparo qualcosa di semplice. Se vi va, venite”. Qualcuno non potrà. Qualcuno passerà soltanto mezz’ora. Forse parlerete anche delle bollette, con il livello di partecipazione emotiva che certe bollette riescono purtroppo a ottenere. La volta dopo, magari, l’invito lo manderà un’altra persona. E quel “dobbiamo vederci”, finalmente, avrà un precedente a cui appoggiarsi.


