C’è un momento della vita in cui le persone cominciano a essere identificate soprattutto attraverso il proprio lavoro. Durante una cena, davanti a qualcuno appena conosciuto, la domanda arriva quasi sempre: che cosa fai? La risposta contiene spesso una professione, qualche informazione sulla carriera e, indirettamente, una descrizione di sé. Sono un avvocato, una consulente, un ingegnere, una responsabile delle risorse umane. Con il passare degli anni, il lavoro diventa una parte sempre più importante della nostra identità e finisce per orientare anche il modo in cui gli altri ci vedono.
Poi capita che una persona, magari intorno ai quarant’anni, decida di iscriversi all’università . Ha già una laurea, un impiego stabile, una famiglia, una quotidianità piena di impegni. Potrebbe continuare a lavorare, aggiornarsi attraverso qualche corso professionale, coltivare i propri interessi nel tempo libero. Invece sceglie di tornare sui libri, frequentare lezioni, preparare esami e magari dedicare alcuni anni a una materia lontana dal proprio mestiere.
C’è chi dopo una laurea in Economia si iscrive a Filosofia, chi lavora nell’informatica e vuole studiare Storia, chi decide di approfondire una passione che a vent’anni aveva accantonato per scegliere un percorso considerato più sicuro. Le motivazioni sono diverse, ma tutte invitano a osservare l’università da una prospettiva più ampia rispetto a quella abituale. Per molto tempo abbiamo immaginato l’università come una tappa abbastanza precisa della vita. Si terminava la scuola superiore, si sceglieva una facoltà , si conseguiva un titolo e si entrava nel mondo del lavoro. La laurea segnava il passaggio tra la preparazione e la vita adulta, secondo un percorso che sembrava avere una direzione chiara.
Oggi le biografie sono più articolate. Le persone cambiano professione, attraversano periodi di formazione durante la carriera, riprendono interessi lasciati indietro e cercano nuove occasioni per imparare. L’università continua ad accompagnare l’ingresso dei giovani nella vita adulta, ma diventa anche un luogo al quale tornare quando quella vita ha già preso forma.
Il piacere di imparare qualcosa
I Millennial sono cresciuti in un periodo in cui la formazione veniva presentata soprattutto come un investimento sul futuro. Studiare significava aumentare le proprie possibilità di trovare un buon lavoro, costruire una carriera e raggiungere una certa stabilità economica.
Nel frattempo, il mondo professionale è cambiato profondamente. Le competenze hanno cominciato a richiedere aggiornamenti sempre più frequenti, le tecnologie hanno trasformato interi settori e l’apprendimento continuo è diventato una delle qualità più richieste ai lavoratori. Per questa generazione, studiare ha assunto quindi un significato molto legato all’utilità . Si impara per migliorare, avanzare, restare competitivi, acquisire strumenti che possano trovare un’applicazione concreta.
Eppure, tra gli adulti che tornano all’università , esiste anche una motivazione diversa, legata al piacere di conoscere qualcosa che interessa davvero. Una persona può decidere di studiare letteratura medievale pur lavorando da anni nel marketing, oppure iscriversi a un corso di archeologia senza immaginare di trasformare quella passione in una professione. Può desiderare di comprendere meglio la storia, la filosofia, la psicologia o le scienze naturali semplicemente perché sente che quelle conoscenze arricchiscono il proprio modo di guardare il mondo. È un desiderio interessante soprattutto in una società che tende ad attribuire un valore economico a quasi tutte le attività . Anche gli hobby vengono spesso raccontati come possibili occasioni di guadagno, mentre la formazione viene misurata attraverso le opportunità professionali che può generare.
Studiare per piacere permette invece di recuperare una relazione più libera con la conoscenza, nella quale il valore di ciò che si impara può essere personale, culturale, persino emotivo. Naturalmente, le ragioni professionali continuano a essere importanti. Alcuni adulti tornano all’università perché desiderano cambiare settore, altri perché hanno bisogno di un titolo per accedere a una professione o partecipare a un concorso. C’è chi vuole completare un percorso interrotto molti anni prima e chi cerca maggiore sicurezza in un mercato del lavoro che cambia rapidamente.
Accanto a queste esigenze, però, emerge anche il desiderio di esplorare una parte di sé rimasta in secondo piano. A diciannove anni la scelta universitaria viene spesso compiuta con informazioni limitate e aspettative ancora da verificare. Contano i consigli della famiglia, le possibilità economiche, i risultati scolastici e l’idea del lavoro che si vorrebbe svolgere. A quarant’anni quella stessa scelta può essere affrontata con una conoscenza molto più profonda dei propri interessi, delle proprie capacità e delle esperienze che si desidera vivere. La seconda laurea diventa così, per alcune persone, un’occasione per ampliare la propria identità , aggiungendo nuovi interessi e nuove competenze a una storia personale già ricca.

Tornare studenti quando si è già adulti
Nelle discussioni italiane su Reddit dedicate all’università si incontrano spesso persone che stanno valutando la possibilità di riprendere gli studi dopo molti anni.
Le domande riguardano la gestione del tempo, il rapporto con i compagni più giovani, la difficoltà degli esami e la possibilità di conciliare le lezioni con il lavoro. Ma emergono anche dubbi più personali: quanto senso ha ricominciare a trentacinque o quarant’anni? Vale la pena investire diversi anni in un nuovo percorso? Come cambia l’esperienza universitaria quando si possiede già una laurea?
In una discussione su r/Universitaly, un informatico racconta di essere tornato all’università a trentasei anni, undici anni dopo la prima laurea. Nel frattempo ha costruito una famiglia, una carriera e una stabilità economica che gli consentono di affrontare gli studi con maggiore serenità . Allo stesso tempo, la sua quotidianità è molto diversa da quella dei compagni più giovani, perché deve organizzare lezioni ed esami intorno al lavoro e alle responsabilità familiari. È proprio il rapporto con il tempo uno degli aspetti che cambiano maggiormente.
A vent’anni l’università può occupare gran parte della giornata, diventando anche il centro della vita sociale. Si frequentano lezioni, si studia insieme, si trascorrono ore in biblioteca e si costruiscono amicizie che spesso continuano negli anni successivi. Per uno studente adulto, invece, lo studio deve trovare spazio dentro una quotidianità già organizzata. Si legge la sera, si preparano gli esami durante i fine settimana, si ascoltano lezioni registrate mentre si viaggia per lavoro. Anche il significato del tempo necessario per laurearsi può cambiare, soprattutto quando il titolo rappresenta un interesse personale anziché una condizione per iniziare a lavorare.
La crescita delle università telematiche italiane si inserisce anche in questa trasformazione. La possibilità di seguire lezioni a distanza, organizzare lo studio con maggiore autonomia e ridurre gli spostamenti ha reso l’università più accessibile a persone che lavorano o hanno responsabilità familiari. Secondo un’indagine Censis-United pubblicata nel 2026, una larga maggioranza dei laureati intervistati presso sette università telematiche era già occupata al momento dell’iscrizione. La possibilità di conciliare studio e lavoro emerge come una delle ragioni principali della scelta.
Questa maggiore flessibilità , però, invita anche a riflettere sulle differenze sociali che accompagnano il ritorno agli studi. Studiare per piacere richiede tempo, energie e spesso risorse economiche. Una persona con un lavoro flessibile e una rete familiare di sostegno dispone di opportunità diverse rispetto a chi lavora su turni o deve occuparsi da solo dei figli. Il desiderio di imparare può essere condiviso da persone molto diverse, mentre le condizioni per realizzarlo restano distribuite in modo diseguale. L’università diventa quindi un osservatorio interessante anche per capire quali possibilità di crescita personale siano concretamente accessibili durante la vita adulta.
Una popolazione universitaria che cambia
Per comprendere il ritorno degli adulti è utile allargare lo sguardo a chi frequenta oggi gli atenei italiani. Nel libro La generazione-Z all’università . Chi sono e cosa pensano i nuovi studenti, pubblicato dal Mulino, Asher Colombo, Gianpiero Dalla Zuanna e Manuela Scioni analizzano i valori e gli atteggiamenti di studenti e studentesse delle università di Bologna, Padova e Milano-Bicocca.
La ricerca nasce da alcune domande relative alla diffusione dell’antisemitismo e si sviluppa fino a comprendere le opinioni verso diverse minoranze, le trasformazioni culturali e i cambiamenti che attraversano le generazioni più giovani. Uno degli aspetti più interessanti del libro riguarda proprio il modo in cui viene descritta la popolazione universitaria.
Gli autori ricordano che gli studenti rappresentano un gruppo specifico all’interno della propria generazione. La provenienza familiare, le risorse economiche, il livello di istruzione dei genitori e il percorso scolastico contribuiscono a determinare chi arriva all’università e quali esperienze porta con sé. Tale osservazione è importante perché siamo abituati a parlare dei giovani come se appartenessero a un gruppo abbastanza omogeneo. Le generazioni vengono spesso descritte attraverso caratteristiche comuni, attribuendo ai Millennial, alla Generazione Z o ai Baby Boomer determinati valori, comportamenti e modi di vedere il mondo. Nella realtà , come sappiamo bene qui su BUNS, le differenze interne a una stessa generazione possono essere profonde.
Due persone nate nello stesso anno possono avere esperienze molto distanti per condizioni economiche, ambiente familiare, istruzione e opportunità . Allo stesso modo, studenti appartenenti a generazioni diverse possono condividere interessi, sensibilità e aspettative. L’università permette di osservare queste somiglianze e queste differenze da vicino, soprattutto quando comincia ad accogliere persone che si trovano in fasi molto diverse della vita.
C’è poi un passaggio del libro che offre una prospettiva particolarmente interessante sul cambiamento culturale. Gli autori suggeriscono che gli universitari della Generazione Z potrebbero rappresentare una fase avanzata di trasformazioni sociali iniziate molto prima della loro nascita. Siamo abituati a considerare i giovani come coloro che introducono nuovi valori e comportamenti, mentre gli adulti vengono spesso descritti come persone che cercano di adattarsi a un mondo in cambiamento. Eppure molte trasformazioni richiedono decenni per diffondersi e diventare parte della vita quotidiana.

Come cambia ciò che consideriamo normale
Uno dei temi affrontati nel libro riguarda l’evoluzione degli atteggiamenti verso l’omosessualità e le identità sessuali. Nel campione analizzato, l’accettazione dell’omosessualità risulta molto diffusa, mentre le identificazioni dichiarate come diverse dall’eterosessualità sono più frequenti tra le studentesse rispetto agli studenti. Gli autori collegano questi risultati a trasformazioni culturali di lungo periodo e riflettono sul modo in cui nuove sensibilità e comportamenti si diffondono nella società .
Il punto interessante riguarda il rapporto tra esperienza personale e contesto culturale. Ogni generazione cresce all’interno di un insieme di parole, categorie e rappresentazioni che contribuiscono a definire ciò che può essere espresso pubblicamente. Quando cambiano questi strumenti, cambiano anche le possibilità di descrivere se stessi e gli altri.
Una persona cresciuta negli anni Ottanta ha conosciuto un linguaggio pubblico diverso da quello disponibile a chi frequenta oggi l’università . Alcune identità erano meno visibili, alcune esperienze trovavano minore riconoscimento e molte questioni occupavano uno spazio diverso nella conversazione collettiva. Per gli studenti più giovani, invece, certi argomenti possono appartenere alla normalità quotidiana.
L’incontro tra generazioni permette di osservare come cambino queste rappresentazioni. Un adulto che torna all’università porta con sé il ricordo di altri modi di parlare, di studiare, di vivere le relazioni e di immaginare il futuro. I compagni più giovani hanno familiarità con linguaggi e sensibilità che si sono affermati più recentemente. Le differenze possono diventare occasioni di confronto e di apprendimento reciproco. Allo stesso tempo, il libro mostra quanto sia complesso il rapporto tra valori dichiarati e atteggiamenti concreti.
Gli studenti universitari esprimono generalmente orientamenti favorevoli all’inclusione, ma le opinioni verso le diverse minoranze presentano differenze significative. Le rappresentazioni degli ebrei, dei musulmani, degli immigrati e delle persone omosessuali seguono dinamiche specifiche, legate alla storia, alla cultura e alle esperienze personali. Una persona può riconoscere l’importanza dei diritti di un gruppo e avere timori o pregiudizi nei confronti di un altro. Può considerarsi aperta al cambiamento e conservare convinzioni più tradizionali su determinati temi.
Le categorie con cui descriviamo le persone risultano spesso più semplici delle loro opinioni reali. È un aspetto che riguarda tutte le generazioni e che invita a considerare l’università anche come uno spazio nel quale le convinzioni possono essere confrontate, approfondite e talvolta riviste.
Che cosa impariamo dagli altri
Tra i risultati discussi da Colombo, Dalla Zuanna e Scioni emerge anche il rapporto tra istruzione, interessi culturali e atteggiamenti verso le minoranze. La lettura, il percorso di studi e l’esposizione a conoscenze scientifiche risultano associati, in alcune analisi, a una maggiore apertura verso determinati gruppi sociali. Gli autori mostrano però che queste relazioni variano a seconda degli atteggiamenti considerati e richiedono interpretazioni attente.
La conoscenza offre strumenti per comprendere fenomeni complessi, incontrare prospettive differenti e interrogare le proprie convinzioni. Il modo in cui questi strumenti vengono utilizzati dipende anche dalle esperienze personali e dal contesto sociale. In questo senso, l’università rappresenta qualcosa di più di un luogo nel quale acquisire competenze professionali.
È uno spazio di confronto con idee, persone e interpretazioni del mondo che possono essere molto distanti dalle proprie. La presenza di studenti adulti aggiunge un elemento interessante a questa esperienza, perché introduce nelle aule percorsi biografici differenti. Un professionista che torna a studiare può portare esempi concreti di ciò che ha vissuto nel lavoro, mentre uno studente più giovane può contribuire con domande e punti di vista maturati in un ambiente culturale diverso. La distanza anagrafica diventa così una delle tante differenze attraverso le quali può svilupparsi una conversazione.
Questo incontro può riguardare anche il rapporto con la tecnologia, con l’autorità , con il lavoro e con le aspettative sul futuro. Per un Millennial, la trasformazione digitale è spesso qualcosa che ha accompagnato il passaggio dall’adolescenza alla vita adulta. Per uno studente della Generazione Z, molti strumenti digitali sono presenti fin dall’infanzia. Per un appartenente alla Generazione X, invece, il ricordo di un mondo precedente alla diffusione di Internet può essere ancora più nitido.
Eppure l’età anagrafica racconta soltanto una parte della storia. La familiarità con la tecnologia, la curiosità , la disponibilità a cambiare idea e la capacità di imparare dipendono da molti fattori, tra cui le opportunità incontrate lungo il percorso. L’università può diventare un luogo interessante proprio perché permette a queste esperienze di incontrarsi.

Le diverse geografie dello studio
La composizione dell’università italiana cambia anche dal punto di vista geografico. Nel libro, gli autori descrivono l’aumento della mobilità studentesca e il peso degli spostamenti dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord. Per molti giovani, frequentare l’università significa lasciare la propria città , cercare una stanza, costruire nuove relazioni e imparare a vivere lontano dalla famiglia.
L’esperienza universitaria coincide così con una trasformazione personale che riguarda tanto lo studio quanto la vita quotidiana. Per molti studenti adulti, invece, la questione si presenta in modo diverso. Hanno già una casa, un lavoro, relazioni e responsabilità familiari. La possibilità di frequentare un’università vicina, seguire alcune lezioni a distanza o organizzare gli studi con maggiore flessibilità diventa decisiva.
Si creano così due movimenti interessanti. Da una parte ci sono giovani che si spostano per raggiungere l’università , dall’altra adulti che cercano modalità attraverso le quali l’università possa entrare nella loro vita. Entrambi i percorsi raccontano il rapporto tra conoscenza e opportunità .
Per alcuni studenti, la mobilità rappresenta una possibilità di emancipazione e di crescita. Per altri è una scelta condizionata dalla distribuzione delle università e dalle prospettive offerte dai diversi territori. Allo stesso modo, la formazione a distanza può essere una preferenza personale oppure una necessità legata al lavoro e alla famiglia. L’accesso all’istruzione dipende quindi anche da elementi molto concreti: dove si vive, quanto tempo si possiede, quali risorse economiche sono disponibili e quali responsabilità accompagnano la propria quotidianità .
Il piacere di tornare principianti
C’è infine un aspetto del ritorno all’università in età adulta che riguarda il rapporto con la propria esperienza. Con il passare degli anni diventiamo competenti in alcune attività . Impariamo a risolvere problemi, prendere decisioni, riconoscere situazioni familiari e utilizzare ciò che abbiamo già imparato. La vita professionale premia spesso questa capacità di muoversi con sicurezza all’interno di un ambito conosciuto. Tornare all’università significa anche accettare una posizione diversa.
Un professionista abituato a dirigere un gruppo può ritrovarsi ad ascoltare una lezione su un argomento completamente nuovo. Una persona che possiede competenze riconosciute può incontrare un testo difficile, chiedere spiegazioni, preparare un esame e ricevere una valutazione. Si torna, in qualche modo, principianti.
È un’esperienza che può avere un valore particolare nella vita adulta, perché permette di recuperare la curiosità che accompagna le prime scoperte e il piacere di avvicinarsi a qualcosa che si conosce ancora poco. Anche il rapporto con gli errori cambia. Quando si studia una materia nuova, sbagliare fa parte del percorso. Si procede per tentativi, si incontrano difficoltà e si scoprono collegamenti inattesi. La soddisfazione arriva spesso dalla comprensione stessa, dal momento in cui un concetto diventa più chiaro o un argomento apre una prospettiva diversa.
Forse è proprio questa esperienza a creare un terreno comune tra studenti di generazioni differenti. Un ventenne può frequentare l’università per prepararsi al primo lavoro, mentre un quarantenne può farlo per coltivare una passione o dare una nuova direzione alla propria vita. Entrambi, però, condividono la possibilità di imparare qualcosa che prima conoscevano soltanto in parte. E in una società che attribuisce grande importanza all’esperienza, alla specializzazione e alla capacità di dimostrare continuamente il proprio valore, la possibilità di essere principianti conserva qualcosa di prezioso.

Un’università per tutte le etÃ
Le nostre istituzioni sono state a lungo organizzate intorno a una successione abbastanza precisa delle fasi della vita. L’infanzia era il tempo dell’apprendimento, la giovinezza quello della formazione, l’età adulta quello del lavoro e delle responsabilità . Oggi queste fasi si sovrappongono sempre più spesso.
Si può cominciare una nuova professione a cinquant’anni, diventare genitori a quarant’anni, riprendere gli studi dopo decenni di lavoro o scegliere un percorso formativo semplicemente perché si desidera approfondire un interesse. Le biografie contemporanee seguono direzioni differenti, attraversano cambiamenti e accolgono nuove possibilità anche quando una parte importante della vita sembra già definita.
L’università italiana riflette questa trasformazione. Continua ad accogliere ragazzi e ragazze che stanno costruendo il proprio futuro, ma ospita anche persone che hanno già attraversato molte esperienze e desiderano aggiungerne altre. In questo incontro tra generazioni convivono aspettative diverse, modi differenti di studiare, storie familiari, professionali e culturali che contribuiscono a rendere la popolazione universitaria più articolata.
La ricerca sulla Generazione Z ci aiuta a comprendere come cambino i valori, le sensibilità e le rappresentazioni sociali degli studenti più giovani. Il ritorno degli adulti permette invece di osservare come stia cambiando il significato stesso della formazione lungo la vita. I due fenomeni raccontano aspetti diversi di una trasformazione comune: il rapporto tra conoscenza e biografia sta diventando più aperto, personale e continuo.
A vent’anni si sceglie spesso un percorso di studi pensando alla persona che si vorrebbe diventare. A quarant’anni si può scegliere di tornare all’università partendo dalla persona che si è già diventati, dalle esperienze accumulate e dalle curiosità che nel frattempo sono cresciute. La prima laurea è stata, per molti, una promessa rivolta al futuro. La seconda può diventare una domanda rivolta al presente.
Che cosa mi interessa davvero? Quali parti del mondo vorrei comprendere meglio? Quali passioni meritano finalmente uno spazio nella mia vita? Potrebbe essere questo uno dei cambiamenti culturali più interessanti che attraversano oggi l’università italiana: la possibilità di considerare la conoscenza come qualcosa che accompagna le persone lungo tutta la loro storia, assumendo significati diversi a seconda delle età e delle esperienze. Perché, a volte, tornare a studiare significa semplicemente concedersi il piacere di avere ancora qualcosa da scoprire.



