A Shanghai ci sono piccoli mobili gialli che sembrano distributori di caramelle. Alcuni contengono sei batterie, altri dodici, altri ancora occupano un’intera parete. Hanno una luce verdognola, un codice QR e una serie di alloggiamenti, ciascuno con quattro minuscoli LED bianchi. Li troviamo accanto alla cassa di un ristorante, vicino all’ingresso di un negozio, perfino davanti a un parrucchiere, tra vasi di orchidee, piante ornamentali e listini dei prezzi.
Nelle fotografie scattate in questi primi giorni di novembre 2026 a Shanghai, alcuni distributori portano il marchio Meituan, la grande piattaforma cinese dei servizi locali. Un altro appartiene a Energy Monster, azienda specializzata nel noleggio di batterie portatili. Su uno dei dispositivi compare una promessa: ricarica rapida a 22,5 watt, con l’80% di batteria in trenta minuti. Su un altro, invece, c’è scritto qualcosa di assai più interessante: 2 yuan all’ora, circa 24 centesimi, oppure 6 yuan per un’intera giornata, poco più di 70 centesimi. Pochissimi soldi per evitare che il telefono si spenga.
Perché qualcuno dovrebbe pagare per una batteria che potrebbe comprarsi e portare da casa? E soprattutto perché un’intera città abbia cominciato a organizzarsi intorno alla possibilità di rimanere senza energia? Che cosa succede quando un bisogno che consideravamo individuale (ricordarsi di caricare il telefono) diventa un’infrastruttura commerciale collettiva?

La batteria come servizio
In Cina si chiamano 共享充电宝, gòngxiǎng chōngdiànbǎo: letteralmente, power bank condivisi. Il funzionamento è semplice. Si individua una postazione, si inquadra il QR code con WeChat o Alipay, si autorizza il pagamento e si estrae una batteria. La si porta con sé, usando il telefono mentre si ricarica, e la si restituisce a un’altra postazione compatibile dello stesso operatore. Non occorre rimanere seduti vicino a una presa elettrica. Il servizio permette di continuare a spostarsi. Ed è proprio questo il dettaglio decisivo.
Il modello è nato e si è diffuso negli anni Dieci, crescendo soprattutto con l’espansione delle piattaforme digitali e dei pagamenti mobili. Nel 2021, quando Energy Monster si quotò al Nasdaq, il fenomeno aveva già raggiunto dimensioni notevoli: secondo la documentazione aziendale, nel 2020 il servizio aveva circa 220 milioni di utenti registrati. Nel 2023, secondo un’inchiesta dello Shanghai Daily ripresa dal portale ufficiale della municipalità, circa 290 milioni di persone in Cina utilizzavano questi servizi. È una stima storica, non il numero aggiornato al 2026, ma rende bene l’ordine di grandezza. Per capire come siano potuti diventare così comuni, bisogna guardare non tanto alla batteria quanto al telefono.
Quando il telefono diventa la chiave della città
In Italia, se il telefono si spegne, possiamo ancora (almeno in molte circostanze) pagare con una carta fisica, prendere un biglietto, chiedere indicazioni, mostrare un documento. In Cina lo smartphone ha assunto un ruolo ancora più centrale nell’organizzazione della vita quotidiana. Attraverso WeChat, Alipay e i servizi integrati nelle loro piattaforme si effettuano pagamenti, si accede a servizi, si prenotano trasporti e si gestiscono molte interazioni commerciali.
Ciò non significa che il denaro contante sia scomparso o che ogni servizio sia accessibile esclusivamente attraverso un’applicazione. Significa che, nella pratica quotidiana, una parte consistente delle attività è stata progettata intorno al telefono. Uno studio pubblicato nel 2026 su ACM Transactions on Computer-Human Interaction analizza proprio il modo in cui le persone in Cina organizzano le proprie vite economiche e sociali attraverso sistemi di pagamento digitali differenti, con particolare attenzione a WeChat Pay e Alipay. Ne emerge un’intuizione importante: le piattaforme sono ambienti dentro i quali si costruiscono abitudini, relazioni, forme di accesso e strategie per risolvere i problemi quotidiani.
Se il telefono si spegne, dunque, non perdiamo soltanto la possibilità di chiamare qualcuno. Possiamo perdere temporaneamente l’accesso a una parte della città. Ecco perché il power bank condiviso è a tutti gli effetti una piccola assicurazione contro l’interruzione della vita digitale. La batteria è diventata un’infrastruttura dell’autonomia personale. L’aspetto quasi paradossale è che per noleggiare una batteria occorre avere ancora abbastanza energia per inquadrare un codice QR e autorizzare la transazione. Il sistema che promette di salvarci dalla disconnessione dipende, almeno per il primo istante, dalla connessione stessa.
Il piccolo oggetto giallo è anche un affare immobiliare
Nel dicembre 2023 Sixth Tone pubblicava un reportage dedicato alle stazioni di ricarica di Wukang Road, una delle strade più fotografate di Shanghai, frequentata da turisti, creator e appassionati di caffetterie.
L’articolo, intitolato Power Banks: How Businesses Are Leading the Charge, descriveva un paesaggio commerciale nel quale quasi ogni bistrot o caffetteria aveva un distributore di batterie, spesso in posizione molto visibile. A prima vista sembrava una comodità per la clientela. Ma dietro quella disponibilità apparentemente spontanea si nascondeva un sistema di accordi commerciali.
Il gestore di un locale mette a disposizione una piccola superficie. L’operatore installa il distributore, gestisce il servizio e, secondo gli accordi, può riconoscere una quota degli incassi all’esercente. Il negozio, quindi, sta valorizzando economicamente uno spazio che prima non produceva reddito. È una trasformazione interessante perché riguarda qualcosa di molto piccolo: pochi centimetri di bancone, una porzione di parete, un angolo vicino alla porta. Spazi troppo ridotti per essere considerati vere superfici commerciali diventano improvvisamente monetizzabili.
Già nel 2021 The China Project, nell’articolo How rental mobile phone chargers took over China’s cities, raccontava di accordi in cui la quota riconosciuta agli esercizi poteva arrivare, secondo una fonte cinese citata, fino al 50% dei ricavi. Le percentuali effettive variano, ma il principio economico è chiaro: la capillarità della rete nasce dall’incontro tra il bisogno dell’utente e l’interesse del commerciante.
Il distributore può inoltre diventare un motivo per entrare in un negozio, o per trascorrervi più tempo (un po’ come per il ritiro pacchi in tabaccherie, panetterie e negozi in Italia). In altre parole, vengono create nuove occasioni commerciali intorno alla necessità di energia. E questo spiega perché la stessa batteria appaia in luoghi così diversi: il ristorante e il parrucchiere non hanno molto in comune, se non il fatto di essere entrambi attraversati da persone con uno smartphone in tasca.

La sorprendente geografia del 30%
I distributori sembrano uguali. I prezzi, invece, possono cambiare moltissimo. Nel 2023 un’indagine dello Shanghai Daily rilevava che a Shanghai le tariffe variavano da 1 a 8 yuan all’ora, a seconda della zona e dell’esercizio commerciale. Nelle aree più centrali o turistiche erano generalmente più elevate. Alcune batterie, inoltre, non si potevano restituire facilmente perché le postazioni erano già piene. La ricerca evidenziava tre critiche ricorrenti: prezzi crescenti, ricariche lente e difficoltà nella restituzione.
Queste tre criticità descrivono bene la distanza tra la promessa di un servizio e la sua esperienza concreta. Per chi ha bisogno di energia, pagare qualche yuan può sembrare irrilevante. Quando però una piccola tariffa si ripete ogni giorno o diventa imprevedibile, cambia il giudizio economico. Una batteria acquistata una sola volta diventa un investimento. Una batteria noleggiata per necessità diventa una spesa ricorrente.
Il prezzo dipende dal costo dell’elettricità ma anche dall’accessibilità del luogo, dalla concorrenza, dalle condizioni commerciali e dal fatto che, in un determinato momento, l’utente possa avere poche alternative. C’è un’economia dell’urgenza in questi oggetti.
E c’è un’altra misura, ancora più interessante, che riguarda la loro diffusione. Nel 2024 l’autorità di vigilanza del distretto di Qianjiang, a Chongqing, pubblicava un documento in cui descriveva una presenza di postazioni, nelle aree affollate, a intervalli di circa 30–50 metri. Il dato riguardava quel territorio, non l’intera Cina, ma aiuta a comprendere cosa possa significare una rete urbana ad alta densità. Quando una postazione è a trenta metri dalla successiva, cambia la percezione stessa del servizio. Si può contare sul fatto che ce ne sarà una nelle vicinanze. È il passaggio dal possesso all’accesso, reso possibile dalla densità.
Siamo sicuri che sia davvero conveniente?
La diffusione di questi distributori racconta anche una storia meno rassicurante. Nell’agosto 2021, l’autorità cinese di regolamentazione del mercato intervenne sui prezzi di diversi servizi della sharing economy, compresi i power bank, chiedendo maggiore trasparenza e correzioni tariffarie. All’epoca i sei operatori coinvolti gestivano complessivamente circa 4,26 milioni di armadietti di ricarica, una cifra che rappresentava secondo il regolatore circa l’80% del mercato considerato. Il prezzo medio comunicato dall’autorità era compreso tra 2,2 e 3,3 yuan all’ora.
Sarebbe sbagliato raccontare il power bank sharing cinese come un modello perfetto di consumo sostenibile. Il servizio è indubbiamente comodo. La convenienza economica, invece, dipende dalla frequenza con cui viene utilizzato e dalle condizioni effettive. E il suo impatto ambientale non può essere dedotto automaticamente dal fatto che un dispositivo venga condiviso. Bisognerebbe conoscere la durata delle batterie, il numero di noleggi durante il loro ciclo di vita, la logistica di sostituzione, la gestione dei rifiuti elettronici e il confronto con l’acquisto di un dispositivo personale. La parola sharing è molto potente nel marketing.
Reddit racconta un’altra Cina
(quella che si incontra con l’1% di batteria)
Per capire un’infrastruttura è utile osservare come le persone ne parlano quando qualcosa non funziona, quando si trovano in una città sconosciuta oppure quando devono decidere che cosa mettere in valigia. Su Reddit, soprattutto nelle comunità dedicate ai viaggi in Cina, le batterie condivise compaiono in conversazioni molto pratiche.
In un thread di ottobre 2026 su r/chinatravel, una persona in partenza dal Regno Unito chiedeva se acquistare un power bank prima di viaggiare o direttamente in Cina. Tra le risposte, alcuni utenti consigliavano di non comprarlo affatto: le stazioni di noleggio, sostenevano, sono talmente diffuse da rendere superfluo portarne uno personale. È un piccolo indizio culturale. Un viaggiatore normalmente teme di trovarsi senza un oggetto necessario. Qui, invece, qualcuno suggerisce di rinunciare a portarlo, perché dà per scontata la presenza di un servizio urbano. L’oggetto personale comincia a sembrare meno indispensabile dell’infrastruttura collettiva. Ma le esperienze riportate non sono tutte positive.
In un’altra discussione, pubblicata nel settembre 2026 su r/goChinaTrip, un utente descrive il caso di un’amica straniera rimasta con l’1% di batteria. La donna trova una stazione Meituan, prova a noleggiare una batteria con Alipay, ma non riesce a completare la procedura. Secondo il racconto, il problema riguarda l’accesso al noleggio senza deposito e i requisiti dell’account. Alla fine interviene un accompagnatore con il proprio profilo di pagamento. Quella testimonianza mostra una fragilità dell’esperienza: un servizio progettato per funzionare senza personale può diventare meno accessibile a chi non è già integrato nell’ecosistema digitale locale.
Il significato della parola comodità diventa più complicato. La comodità di una persona dipende spesso dalla familiarità con regole che altre persone non conoscono. Se il sistema riconosce il nostro account, il servizio sembra naturale. Se non lo riconosce, ci accorgiamo improvvisamente di tutta l’infrastruttura invisibile che lo sostiene. La differenza tra un’esperienza semplicissima e una frustrante può essere un dettaglio tecnico: un metodo di pagamento, una verifica di identità, un deposito richiesto.

Il paradosso della batteria che non può volare
C’è poi un elemento relativamente recente che rende questa storia ancora più interessante. Dal 28 giugno 2025, la Civil Aviation Administration of China ha vietato sui voli domestici il trasporto di power bank privi di una marcatura CCC riconoscibile, con marcature illeggibili oppure appartenenti a modelli richiamati per problemi di sicurezza. La decisione è arrivata dopo incidenti e richiami di batterie potenzialmente pericolose. Nel 2026 la Cina ha inoltre rafforzato il quadro di certificazione, prevedendo un nuovo standard di sicurezza e un periodo di transizione verso la piena applicazione dal 2027.
In questo contesto il noleggio può rappresentare un’alternativa comoda per chi preferisce non trasportare una batteria personale durante gli spostamenti aerei, soprattutto se viaggia attraverso più città. Non è però una soluzione che elimina automaticamente ogni rischio: anche i dispositivi condivisi sono batterie al litio e richiedono manutenzione, controlli e certificazioni appropriate.
Per molto tempo abbiamo pensato alla tecnologia portatile come a un insieme di oggetti da acquistare, possedere e portare con noi. Ora, almeno in alcune città, si fa strada l’idea che una parte di quella tecnologia possa essere presa in prestito durante il tragitto. La batteria personale smette di essere l’unica risposta possibile al bisogno di energia.
E in UE? Il futuro è qui, ma non lo riconosciamo ancora
La tentazione sarebbe raccontare queste fotografie di Shanghai come l’anticipazione di qualcosa che arriverà in Europa tra qualche anno. In realtà, il fenomeno è già presente. Semplicemente, non ha ancora ovunque la stessa visibilità né la stessa densità urbana.
In Svezia, per esempio, tutto è cominciato nel 2019, quando a Stoccolma è nata Brick, una società che oggi dichiara di operare in oltre 25 Paesi, attraverso una rete di circa 4.000 locali partner. Le sue batterie si possono noleggiare in ristoranti, bar, festival e altri spazi pubblici, seguendo una logica simile a quella cinese: prendere energia dove serve, utilizzarla mentre ci si sposta e restituirla quando non è più necessaria.
Dalla Svezia al Belgio, la storia cambia poco nella sostanza, ma parecchio nel modo in cui viene raccontata. Naki, che dichiara oltre 2.000 stazioni in Europa, ha costruito la propria identità intorno al concetto di condivisione e alla possibilità di ridurre l’acquisto di batterie personali utilizzate soltanto occasionalmente. È una sfumatura interessante: se in Cina la promessa commerciale è soprattutto quella di avere energia immediatamente disponibile, in Europa la stessa soluzione viene presentata anche attraverso il linguaggio della sostenibilità e del consumo responsabile.
A Londra, intanto, ChargedUp ha sviluppato una rete che, secondo i dati comunicati dall’azienda, raggiunge circa 3.000 locali in cinque Paesi. Nello stesso mercato opera anche ChargeSPOT, che dichiara oltre 600 punti nel Regno Unito, concentrati soprattutto nella capitale e nelle aree circostanti. Qui compare una differenza significativa rispetto all’esperienza cinese: per noleggiare una batteria non è sempre necessario passare attraverso una specifica applicazione, perché alcuni distributori consentono di pagare direttamente con carta contactless, Apple Pay o Google Pay. Il servizio è lo stesso, ma viene adattato a un ambiente in cui le abitudini di pagamento sono differenti.
Ancora più curioso è ciò che sta accadendo in Spagna. Nel 2025, durante un viaggio in Cina, i fondatori di Fully hanno osservato quanto fossero diffuse le postazioni per il noleggio delle batterie e hanno deciso di importare il modello. Nell’autunno 2026 l’azienda dichiarava già 27 locali partner tra Barcellona e Maiorca. È un esempio quasi letterale di come viaggiano le innovazioni: qualcuno incontra un’abitudine quotidiana in un altro Paese, ne riconosce il potenziale e prova a riprodurla nel proprio contesto.
Del resto, già nel maggio 2025, in un articolo pubblicato su Xataka, il giornalista Javier Lacort si interrogava sul motivo per cui un servizio diventato ordinario nelle città cinesi non avesse ancora conquistato lo stesso spazio in Spagna. La questione era tanto tecnologica, quanto culturale e infrastrutturale: perché il noleggio diventi un’abitudine, non basta che esistano dei distributori. Bisogna che siano abbastanza numerosi da rendere prevedibile la possibilità di restituire la batteria.
E l’Italia? Anche qui il fenomeno è già arrivato, sebbene rimanga relativamente poco visibile. Caricami, nata nel 2019 proprio con l’intenzione di portare nel nostro Paese un servizio già diffuso in Asia, dichiara oggi più di 159 stazioni distribuite in oltre 35 località. Accanto a questa realtà operano aziende come Chargebull, che propone soluzioni di noleggio attraverso applicazioni e pagamenti digitali, e AmpereOne, che punta a espandere una rete italiana verso altri mercati europei.
Non si può ancora parlare, almeno sulla base dei dati pubblicamente disponibili, di una capillarità paragonabile a quella osservata a Shanghai. Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerare il power bank sharing un’abitudine esclusivamente asiatica.
Il servizio sta attraversando i confini, adattandosi ai sistemi di pagamento, alle abitudini di mobilità e alle strategie commerciali dei diversi Paesi. E nel farlo sta dimostrando qualcosa di interessante: un’innovazione non si diffonde necessariamente perché è più avanzata delle alternative, ma perché riesce a inserirsi senza fatica nella vita quotidiana.

La differenza culturale sta nel gesto
Se guardiamo con attenzione alle aziende che stanno portando il servizio in Europa, troviamo una differenza significativa. In Cina l’esperienza è spesso costruita attorno a WeChat, Alipay e ai mini-programmi. Si inquadra un codice e si usa un ambiente di pagamento già familiare, spesso senza installare una nuova applicazione. In Europa, invece, diversi operatori hanno cercato di eliminare anche questo passaggio, introducendo il pagamento diretto con carta contactless, Apple Pay o Google Pay.
ChargeSPOT e Brick, per esempio, offrono soluzioni che prevedono il pagamento tramite lettore integrato. ChargedUp pubblicizza espressamente la possibilità di ottenere una batteria avvicinando la carta o il telefono alla postazione. La tecnologia è quasi identica, ma cambia l’abitudine che deve essere assecondata.
Dove l’utente è abituato a interagire con i servizi attraverso una super-app, il codice QR può essere il percorso più naturale. Dove i pagamenti contactless sono già radicati e le applicazioni sono più frammentate, un lettore di carte può rendere l’esperienza meno laboriosa. È un esempio del modo in cui le innovazioni vengono trasformate dalle culture che le adottano.
E c’è un’altra differenza, almeno nel modo in cui il servizio viene raccontato. In Cina, osservando i distributori e la comunicazione dei principali operatori, prevalgono spesso le promesse di velocità, disponibilità e prezzo. Nei siti di alcuni operatori europei, invece, ricorrono anche la sostenibilità, la riduzione degli acquisti inutili e la possibilità di restituire una batteria in un altro locale. Il servizio viene tradotto, prima ancora che linguisticamente, culturalmente.
Una città progettata per non interrompere i consumi
Nel luglio 2026 il ricercatore Johan Vaide ha pubblicato sulla rivista Digital Geography and Society? No il suo lavoro Everyday platform urbanism in China: Living the digital city through WeChat è apparso su una rivista del gruppo SAGE dedicata agli studi sulla società digitale. L’idea centrale: le piattaforme contribuiscono a trasformare anche gli spazi materiali della città. I luoghi fisici vengono attraversati, descritti, fotografati e utilizzati attraverso sistemi digitali. Servizi di mobilità condivisa, consegne, pagamenti e stazioni per batterie diventano componenti materiali di una vita organizzata dalle piattaforme. Il power bank è una delle rappresentazioni più immediate di questa trasformazione perché permette di continuare a fare tutto ciò che stavamo già facendo. Continuare a pagare. Continuare a fotografare. Continuare a orientarci. Continuare a rispondere ai messaggi. Continuare a produrre contenuti, consumarli, condividerli.
La sua funzione è impedire che un’esperienza si interrompa.
Questa caratteristica suggerisce un’interpretazione meno innocente della sua diffusione. La città digitale cerca di ridurre gli attriti: attese, interruzioni, passaggi superflui, momenti in cui l’utente non può utilizzare un servizio. La batteria scarica è un attrito particolarmente concreto. Il power bank condiviso lo riduce e contemporaneamente contribuisce a normalizzare l’idea che il telefono debba restare sempre disponibile.

E se il lusso fosse potersi permettere di spegnere il telefono?
Ci sono almeno due modi per guardare quelle macchine gialle. Il primo è considerarle un servizio utilissimo, ed effettivamente lo sono. Per chi è lontano da casa, per chi deve continuare a lavorare, per chi utilizza il telefono per orientarsi, per chi ha bisogno di contattare qualcuno, trovare energia può rappresentare un sollievo immediato. Il secondo è domandarsi perché abbiamo costruito una quotidianità nella quale un telefono scarico può diventare un problema così rilevante.
Perché non possiamo semplicemente lasciarlo spegnere? La risposta sta nel modo in cui abbiamo progressivamente trasferito sullo smartphone funzioni che prima erano distribuite tra strumenti differenti.
Un tempo potevamo dimenticare a casa la macchina fotografica, il portafoglio oppure una mappa. Erano inconvenienti distinti. Oggi un unico dispositivo concentra tutti questi strumenti, insieme a molte altre funzioni. La batteria alimenta la possibilità di accedere a servizi e opportunità. Per questo il mercato del power bank sharing è così interessante da osservare: mostra come la dipendenza da una tecnologia possa generare una seconda economia costruita per sostenerla. Un’infrastruttura che ne alimenta un’altra.
Il futuro potrebbe essere un piccolo mobile giallo
Torniamo al parrucchiere di Shanghai. Fuori, vicino all’ingresso, ci sono due distributori impilati, uno giallo e uno bianco. Accanto, diversi vasi di piante. Attraverso la vetrina si vedono clienti seduti e parrucchieri al lavoro. Le batterie potrebbero passare quasi inosservate. Nessuno sembra aver progettato quell’angolo come un monumento all’innovazione. È una piccola sistemazione commerciale, una presenza ormai ordinaria.
È la caratteristica più importante delle tecnologie che cambiano le nostre abitudini. Quando arrivano, attirano la nostra attenzione. Quando diventano davvero rilevanti, smettiamo di notarle. A Shanghai non è più sorprendente poter noleggiare una batteria in un parrucchiere: è sorprendente, semmai, immaginare di non trovarne una quando serve.
In Europa stiamo iniziando a percorrere lo stesso tragitto, anche se con reti meno capillari, forme di pagamento differenti e una diversa comunicazione commerciale.
Resta una domanda da portare con noi di BUNS. Se il telefono deve essere sempre carico per permetterci di vivere la città, abbiamo costruito una città più accessibile oppure una città che ci chiede di essere continuamente disponibili? Forse entrambe le cose.


