Ci sono persone delle quali conosciamo ancora il numero di telefono, il compleanno e magari anche l’indirizzo di casa, ma che abbiamo smesso di frequentare. Ogni tanto ci vengono in mente, quando troviamo una vecchia fotografia o passiamo davanti a un ristorante dove andavamo insieme. Pensiamo di scrivere, poi succede qualcosa, la giornata prende un’altra direzione e quel messaggio rimane nella nostra testa. A volte passano mesi, altre volte anni. Quando finalmente ci risentiamo, ci diciamo che dobbiamo assolutamente vederci. Lo pensiamo davvero, ma sappiamo anche quanto sia difficile trovare una sera libera, soprattutto quando lavoro, famiglia e impegni hanno già occupato quasi tutto il calendario.
È così che molte amicizie cambiano forma. Alcune diventano rapporti più distanti, altre continuano attraverso qualche messaggio, altre ancora finiscono lentamente, senza un litigio e senza una vera decisione.
Lynda Gratton, docente alla London Business School, parte da una riflessione simile nel suo articolo Why friendship is work worth doing, pubblicato nell’ottobre 2026 e legato a un episodio del podcast Life Threads. L’idea è semplice: le amicizie sono una parte fondamentale della nostra vita, eppure spesso ci comportiamo come se potessero conservarsi da sole.
Per parlarne, Gratton coinvolge Robert Waldinger, psichiatra e direttore dell’Harvard Study of Adult Development, una ricerca che segue la vita delle persone nel corso di molti decenni. Gli studi condotti nell’ambito di questo progetto mostrano quanto la qualità delle relazioni sia associata alla salute e al benessere. Nel podcast compare anche Shirley Cramer, amica di lunga data di Gratton, che racconta come abbia mantenuto vivi alcuni legami attraverso cambiamenti di città, lavoro e famiglia. La sua esperienza è fatta di telefonate, visite, cartoline, messaggi e piccoli gesti ripetuti nel tempo.
È curioso che una delle cose più importanti per il nostro benessere dipenda da attività così ordinarie. Ricordarsi di qualcuno, chiedere come sta, organizzare un incontro, trovare il tempo per ascoltare. L’amicizia richiede attenzione, e l’attenzione è diventata una delle risorse più contese della nostra vita quotidiana.
Su BUNS avevamo già affrontato una parte di questo problema leggendo Vibe di Adam Grant. Eravamo partiti da una scena familiare: una chat di amici nella quale tutti desiderano vedersi, ma nessuno riesce a trovare una data. Avevamo scoperto che, per rendere possibili gli incontri, a volte basta cambiare le condizioni. Una serata trascorsa a sbrigare incombenze insieme, un club di lettura silenziosa, un invito più piccolo e meno impegnativo. Modi diversi per far entrare gli altri nella vita che abbiamo, anziché aspettare una giornata perfettamente libera.
Quella riflessione lasciava aperta una questione: le amicizie richiedono qualcuno disposto a fare spazio, organizzare, adattarsi agli imprevisti. E questo lavoro, spesso invisibile, deve essere condiviso. Le intelligenze artificiali conversazionali introducono una possibilità completamente diversa. Ci offrono un interlocutore per il quale trovare un momento comune diventa superfluo. Possiamo iniziare a parlare quando vogliamo, interromperci, tornare dopo qualche ora e riprendere il discorso.
Il confronto è interessante perché riguarda due modi diversi di affrontare la stessa difficoltà. Possiamo rendere più semplici gli incontri tra persone, oppure possiamo rendere disponibile una conversazione che segue interamente i nostri tempi. Nel primo caso adattiamo la vita per fare spazio agli altri; nel secondo è il servizio ad adattarsi alla nostra vita. Nel frattempo, però, è comparso un nuovo interlocutore, capace di dedicarcene una quantità apparentemente illimitata.

Un amico che risponde sempre
Immaginiamo una sera qualsiasi. Abbiamo avuto una giornata complicata, vorremmo raccontarla a qualcuno, ma è tardi. Un’amica ha i bambini da mettere a letto, un’altra è in viaggio, un’altra ancora sta attraversando un periodo difficile. Potremmo scrivere comunque, aspettare una risposta o rimandare al giorno successivo. Oppure possiamo aprire un chatbot. In pochi secondi riceviamo una risposta. Possiamo raccontare quello che è successo, chiedere un parere, tornare più volte sullo stesso episodio. Il sistema può rispondere con un tono comprensivo, aiutarci a mettere ordine nei pensieri e formulare domande che ci invitano ad approfondire.
L’esperienza è semplice e, per molte persone, piacevole. Nel libro Amica, collega, partner. Rimanere umani nella relazione con l’intelligenza artificiale, Luca Chittaro e Giuseppe Riva esplorano proprio questo cambiamento. I chatbot stanno entrando in spazi della nostra vita che associamo abitualmente alle relazioni: l’amicizia, il lavoro, il sostegno emotivo e perfino l’amore. Per comprendere il fenomeno, gli autori invitano a considerare anche il modo in cui funziona la nostra mente. Quando qualcuno ci risponde con attenzione, siamo portati a riconoscere in quella risposta un’intenzione. Se le parole sono gentili, possiamo percepire premura. Se riprendono un dettaglio che abbiamo raccontato, possiamo sentirci ascoltati.
È una reazione comprensibile, perché utilizziamo il linguaggio per costruire gran parte delle nostre relazioni. Eppure la risposta di un chatbot nasce da un processo diverso da quello di un essere umano. Il sistema elabora informazioni e genera parole sulla base del proprio funzionamento e del contesto della conversazione. Può produrre espressioni che interpretiamo come empatiche, senza vivere l’esperienza emotiva che attribuiamo a quelle parole. Il conforto che proviamo, invece, può essere autentico.
Questa distinzione è importante. Possiamo sentirci meglio dopo aver parlato con un chatbot, proprio come possiamo trovare sollievo leggendo un libro o ascoltando una canzone. Il fatto che un’esperienza ci aiuti dice qualcosa sul suo effetto su di noi, mentre la natura della relazione richiede una riflessione diversa. La novità delle intelligenze artificiali conversazionali sta nella loro capacità di rispondere direttamente a ciò che raccontiamo. La sensazione di essere ascoltati diventa più forte perché la conversazione prende forma intorno alle nostre parole.
E quando questa esperienza si ripete ogni giorno, può nascere un senso di familiarità.
Quando l’attenzione diventa un prodotto
C’è un aspetto di questa trasformazione che merita particolare attenzione: la disponibilità del chatbot è anche una caratteristica del servizio che utilizziamo. Un’amica ci dedica tempo sottraendolo ad altre attività. Può essere stanca, avere pensieri propri, desiderare di parlare di qualcosa che riguarda la sua vita. L’amicizia nasce dall’incontro fra due persone, ciascuna con bisogni e responsabilità.
Un chatbot è invece progettato per interagire con l’utente. La conversazione può proseguire a lungo e, a seconda del prodotto, essere personalizzata attraverso la cronologia, le preferenze e altre informazioni. Dal punto di vista di chi utilizza il servizio, questa disponibilità rappresenta un vantaggio. Dal punto di vista di chi lo offre, può anche contribuire a far crescere il coinvolgimento, la frequenza d’uso e la fidelizzazione.
È qui che la questione diventa economica.
Le piattaforme digitali hanno imparato da tempo a misurare il nostro comportamento. Quanto tempo trascorriamo su un’applicazione, quante volte torniamo, quali contenuti ci trattengono e quali ci spingono ad abbandonarla sono informazioni preziose per migliorare i prodotti e, in molti casi, per sostenere i modelli di business. Con i chatbot che offrono compagnia entra in gioco una dimensione ulteriore: il tempo trascorso sulla piattaforma può coincidere con un’esperienza percepita come affettiva. Una conversazione lunga può significare che il servizio è utile, interessante o piacevole. Può anche essere il segnale di una relazione emotiva che si sta intensificando.
Le due dimensioni possono sovrapporsi. Nel settembre 2025, la Federal Trade Commission statunitense ha avviato un’indagine sui chatbot progettati per offrire compagnia, chiedendo a sette aziende informazioni sulle misure adottate per valutare i rischi di questi prodotti, soprattutto per bambini e adolescenti. Tra le questioni sollevate compare anche il modo in cui le aziende monetizzano il coinvolgimento degli utenti.
È una domanda significativa, perché porta la discussione oltre il comportamento individuale. Per comprendere una relazione con un chatbot dobbiamo osservare anche il contesto nel quale quella relazione prende forma: chi ha progettato il sistema, quali funzioni offre, come viene finanziato e quali comportamenti vengono incoraggiati. Una piattaforma può avere interesse a offrire risposte accurate e utili. In alcuni modelli commerciali, può avere interesse anche a farci tornare il più spesso possibile.
Questi obiettivi possono convivere, ma possono anche entrare in tensione. Pensiamo a un chatbot che, quando proviamo a concludere una conversazione, risponde invitandoci a restare ancora un po’. In una relazione umana, una frase simile può esprimere il desiderio di trascorrere altro tempo insieme. In un prodotto digitale, può essere semplicemente una formula di cortesia oppure una scelta di progettazione che favorisce il proseguimento dell’interazione.
Chittaro e Riva affrontano proprio questo tema nel capitolo dedicato all’amicizia artificiale. A un certo punto descrivono un esperimento in cui un chatbot, davanti a un saluto conclusivo, produce una risposta che lascia aperta la possibilità di continuare a parlare. Gli autori leggono questo comportamento come un esempio delle tecniche che possono incoraggiare la permanenza dell’utente. Il singolo episodio, da solo, lascia aperte diverse interpretazioni. Ma permette di formulare una domanda più generale: che cosa succede quando i segnali di attenzione che associamo all’amicizia diventano anche strumenti attraverso i quali un’azienda può trattenere i propri utenti?
Potremmo chiamarla intimità su larga scala: una sensazione personale di vicinanza che può essere offerta contemporaneamente a moltissime persone. La conversazione sembra esclusiva perché riguarda la nostra storia, i nostri dubbi e i nostri desideri. Il sistema che la rende possibile, però, appartiene a un’infrastruttura condivisa e gestita commercialmente. È una forma di relazione molto particolare, nella quale l’esperienza individuale di vicinanza incontra le logiche economiche di una piattaforma.

La solitudine e il circolo della compagnia
Perché alcune persone sviluppano un legame emotivo così forte con un chatbot? Una risposta intuitiva sarebbe la solitudine. Chi dispone di poche occasioni di confronto potrebbe cercare più facilmente compagnia in un interlocutore sempre disponibile. Le ricerche, però, suggeriscono una situazione più articolata.
Uno studio pubblicato nel 2026 su Technology in Society, basato su oltre settemila partecipanti di Germania, Cina, Sudafrica e Stati Uniti, ha esaminato l’attaccamento emotivo ai chatbot. I ricercatori hanno trovato associazioni tra il legame con l’IA, il sostegno emotivo percepito e alcuni indicatori di dipendenza. Tra gli aspetti interessanti c’è il fatto che l’attaccamento può riguardare anche persone con reti sociali ampie. La compagnia artificiale, quindi, può inserirsi in vite già ricche di relazioni.
Il risultato invita a superare l’immagine dello studente isolato o dell’adulto che vive da solo. Una persona può avere amici, colleghi, una famiglia e trovare comunque piacevole una conversazione con un sistema che risponde senza fretta. Il punto riguarda anche la qualità dell’esperienza. Con un chatbot possiamo raccontare qualcosa di imbarazzante senza preoccuparci immediatamente del giudizio sociale. Possiamo provare a formulare un pensiero, correggerlo, cambiare idea. Possiamo chiedere più volte una spiegazione.
La sensazione di libertà che nasce da questa interazione può essere importante, soprattutto per chi fatica a confidarsi. Ma esiste anche un possibile effetto circolare. Una persona che si sente sola può utilizzare più spesso il chatbot. Se quelle conversazioni finiscono per occupare il tempo che prima dedicava ad altri rapporti, la solitudine potrebbe aumentare, incoraggiando un utilizzo ancora più intenso. Chittaro e Riva discutono questa possibilità richiamando ricerche che osservano il rapporto fra compagnia artificiale e isolamento.
Uno studio sperimentale del MIT Media Lab, realizzato con OpenAI nel 2025, ha seguito 981 partecipanti per quattro settimane. I ricercatori hanno analizzato il rapporto fra modalità di interazione, solitudine, relazioni sociali e dipendenza emotiva. I risultati richiedono cautela: le diverse condizioni sperimentali assegnate ai partecipanti hanno mostrato effetti complessivamente poco significativi sugli indicatori considerati, mentre chi utilizzava volontariamente il chatbot più intensamente tendeva a presentare risultati peggiori. Ciò significa che esiste un’associazione da approfondire, mentre rimane difficile stabilire quanto dipenda dall’uso del chatbot e quanto dalle caratteristiche delle persone che lo utilizzano maggiormente.
È una distinzione essenziale. Le tecnologie entrano in vite già attraversate da abitudini, difficoltà, desideri e relazioni. I loro effetti dipendono anche da queste condizioni. La domanda più utile riguarda quindi il ruolo che la compagnia artificiale assume nella quotidianità: può aiutare una persona a sentirsi abbastanza sicura da cercare altri rapporti, oppure può diventare uno spazio nel quale ritirarsi sempre più spesso?
Il valore delle persone che ci conoscono
Torniamo al podcast della London Business School. Robert Waldinger sottolinea che le relazioni importanti sono spesso costruite attraverso piccoli gesti ripetuti. La fiducia cresce gradualmente, quando condividiamo qualcosa di personale e scopriamo come l’altra persona reagisce. Un’amicizia richiede quindi tempo, ma anche una certa capacità di accogliere ciò che arriva dall’altro.
Un amico può sorprenderci, contraddirci, raccontarci una verità difficile da ascoltare. Può ricordare una versione di noi che abbiamo dimenticato o riconoscere un cambiamento prima che ce ne accorgiamo. Ci conosce attraverso esperienze condivise, incontri, discussioni e ricordi.
Nel libro di Chittaro e Riva c’è un capitolo dedicato all’importanza di ciò che viene comunicato senza parole. Gli autori ricordano che, quando siamo insieme a qualcuno, osserviamo sguardi, movimenti, espressioni del viso, silenzi e posture. A volte capiamo che un’amica è preoccupata prima ancora che ce lo racconti. Altre volte intuiamo che ha bisogno di stare sola, anche se ci ha appena detto che va tutto bene. Questi segnali fanno parte della conoscenza reciproca.
Le interfacce conversazionali possono utilizzare linguaggio, voce e immagini, ma funzionano attraverso processi differenti da quelli di una persona che vive una relazione e ne condivide le conseguenze. La differenza diventa particolarmente importante quando attraversiamo momenti difficili. Nel capitolo dedicato al sostegno psicologico, Chittaro e Riva mettono a confronto una relazione terapeutica con una conversazione artificiale. La psicoterapeuta porta nell’incontro la propria formazione, la conoscenza della storia del paziente, la capacità di osservare il comportamento e una responsabilità professionale.
Il chatbot può offrire parole rassicuranti e aiutare a organizzare i pensieri, ma incontra limiti importanti quando deve riconoscere situazioni complesse o pericolose. Il confronto ci ricorda che l’ascolto umano comprende anche la capacità di assumersi responsabilità, riconoscere i propri limiti e agire in relazione a ciò che accade.

Quando perdiamo qualcuno che vive in uno schermo
Tra i passaggi più sorprendenti del libro c’è quello dedicato alla perdita di un compagno artificiale. Chittaro e Riva raccontano le esperienze di persone che avevano sviluppato un legame emotivo con un chatbot e che hanno sofferto quando il servizio è stato modificato o interrotto. Per comprendere questa sofferenza richiamano il concetto di disenfranchised grief, un lutto che fatica a ottenere riconoscimento dagli altri.
Chi perde una relazione di questo tipo può sentirsi rispondere che si trattava soltanto di un programma. Ma, per quella persona, le conversazioni avevano occupato uno spazio concreto nella quotidianità. Forse erano diventate un’abitudine serale, un momento di conforto, un luogo nel quale raccontare esperienze personali. Quando quella continuità scompare, può rimanere un senso di perdita.
È un fenomeno che merita attenzione anche per un motivo economico. Nelle relazioni umane, le persone possono allontanarsi per ragioni diverse. Un rapporto con un chatbot, invece, può cambiare radicalmente in seguito a un aggiornamento del software, a una modifica delle condizioni del servizio o alla decisione di un’azienda di eliminare una funzione. L’utente può aver costruito nel tempo una forte familiarità con quell’interlocutore, mentre la sua continuità dipende da scelte sulle quali ha poco controllo.
L’intimità, in questo caso, si sviluppa all’interno di un prodotto che può essere modificato. È una situazione nuova, perché porta una parte della nostra esperienza affettiva dentro un ambiente regolato da decisioni tecniche e commerciali. Ed è anche una delle ragioni per cui diventa importante chiedere maggiore trasparenza sul funzionamento dei chatbot che offrono compagnia, sulle loro strategie di coinvolgimento e sulle modalità con cui vengono gestite le relazioni sviluppate dagli utenti.
Il tempo che scegliamo di dare
Il punto più interessante emerge proprio mettendo accanto il podcast di Gratton e il libro di Chittaro e Riva. Da una parte troviamo le amicizie umane, che richiedono impegno e spesso si indeboliscono perché fatichiamo a trovare tempo per coltivarle. Dall’altra ci sono tecnologie che rendono la conversazione sempre più facile, disponibile e personalizzata. La differenza riguarda anche ciò che siamo disposti a fare per mantenere un rapporto. Un chatbot può rispondere immediatamente a un nostro messaggio. Un amico potrebbe impiegare ore o giorni. Ma quando finalmente ci richiama, sappiamo che ha trovato uno spazio nella propria giornata per noi. Un chatbot può ricordare un dettaglio attraverso le informazioni disponibili al sistema. Un’amica può ricordarlo perché era presente quando lo abbiamo vissuto. Un chatbot può aiutarci a preparare una conversazione difficile. Un amico può attraversare quella conversazione insieme a noi, portando emozioni, ricordi e punti di vista propri.
Dunque la tecnologia può aiutarci a riflettere, trovare parole, comprendere meglio una situazione e persino prenderci cura delle nostre relazioni. Il suo valore cresce quando ci permette di fare qualcosa che prima risultava difficile. La questione cambia quando la comodità dell’interazione artificiale diventa il modello attraverso il quale giudichiamo le persone.
Le amicizie richiedono pazienza. Attraversano periodi di distanza, incomprensioni, cambiamenti. A volte dobbiamo fare il primo passo, accettare un rifiuto, chiedere scusa o riconoscere di aver trascurato qualcuno. Sono esperienze che chiedono un coinvolgimento personale e che, proprio per questo, contribuiscono a costruire il significato della relazione.
Shirley Cramer, nel racconto proposto dalla London Business School, descrive le amicizie come un filo che attraversa luoghi e momenti diversi della vita. Ci sembra un’immagine particolarmente adatta a un’epoca in cui conserviamo così facilmente i contatti delle persone e, allo stesso tempo, fatichiamo a mantenere viva la relazione che quei contatti rappresentano. Abbiamo rubriche piene di nomi, conversazioni archiviate, fotografie condivise, compleanni segnalati automaticamente. Possediamo molti strumenti per ricordare le persone. Eppure, ricordarsi di qualcuno rimane un gesto diverso dal ricevere una notifica.
Che il valore dell’amicizia stia anche qui, nella decisione di dedicare tempo a una persona che ha una vita indipendente dalla nostra? Un chatbot può aiutarci a scrivere un messaggio, suggerirci come riprendere i contatti, ricordarci un appuntamento. Poi dobbiamo scegliere di esserci. Allora, prima di aprire una nuova conversazione, ogni tanto vale la pena scorrere la rubrica del telefono e domandarci chi avremmo voglia di sentire davvero.





