Nota editoriale
Il testo che segue non intende esprimere posizioni politiche né schierarsi in alcun modo. È una fotografia dei linguaggi digitali: osserva come alcuni creator palestinesi utilizzino format globali dei social per raccontare la propria quotidianità. L’obiettivo è analizzare i codici comunicativi e la loro capacità di trasformarsi in strumenti di memoria collettiva, indipendentemente dal contesto geopolitico.
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Non so se vi è mai capitato di imbattervi in quei video che a prima vista sembrano identici a mille altri: un what I eat in a day, un day in my life, routine di skincare o pomeriggi di studio. Stesse musiche, stessi format, stessa estetica pop che riempie i nostri feed ogni giorno.
Solo che qui non si tratta di semplice intrattenimento: si vede chiaramente che quei contenuti arrivano dai territori occupati della Palestina. E allora la domanda sorge spontanea: che cosa significa girare un what I eat in a day quando gli ingredienti scarseggiano? O un day in my life mentre intorno ci sono blackout e checkpoint?
Sono video che vanno oltre il lifestyle: atti di resistenza quotidiana, frammenti di vita che non si piegano e che diventano universali proprio perché parlano la lingua familiare dei social.

Politica invisibile, potere quotidiano
A questo punto qualcuno potrebbe pensare: “Ma davvero basta un reel per parlare di resistenza? È solo esibizionismo?”
In realtà, non si tratta di spettacolarizzazione, ma di una forma di resistenza sottile che ha radici profonde e un discorso molto più articolato dietro.
L’antropologo americano James Campbell Scott, in Weapons of the Weak (di cui potete leggere qualche estratto qui), definisce everyday resistance quelle pratiche sottili, silenziose, apparentemente ordinarie con cui le comunità oppresse sfidano il potere: piccoli gesti, routine, abitudini che diventano politica.
Se fino a ieri i gesti di resistenza erano la falsa ignoranza, ilsabotaggio silenzioso, lo sguardo abbassato al momento giusto — quelle micro-strategie che Scott descriveva come forme di sopravvivenza politica — oggi questi atti si trasformano e trovano nuove espressioni.
Nei territori occupati, cucinare il pane, raccogliere l’acqua o studiare con la luce di una candela non sono più soltanto necessità quotidiane o attività neutre: sono dichiarazioni di esistenza che si mostrano sui feed, parlando la lingua dei social e trasformando l’ordinario in politico.
La letteratura più recente ha esteso il concetto di resistenza quotidiana anche al digitale mostrando come le pratiche online e offline non siano mondi separati, ma si intreccino dando vita a nuove forme di resistenza diffusa. Anche nelle condizioni più estreme, i codici digitali non scompaiono: si adattano, cambiano ritmo, ma restano strumenti per affermare la propria esistenza.
Così un reel di pochi secondi che mostra la quotidianità di un ragazzo palestinese può avere lo stesso valore simbolico — pur usando codici diversi — di un reportage trasmesso dalle maggiori emittenti mondiali.
E chi pensa che questi contenuti siano solo intrattenimento leggero dimentica che i social sono anche archivi di memoria. Già Henry Jenkins parlava di cultura partecipativa, che tanto piace alla Gen Z, come della capacità degli utenti di diventare co-produttori di narrazioni.
In Palestina questo si traduce in creatività resistente: l’uso dell’emoji dell’anguria per aggirare la censura algoritmica, o testi volutamente criptici per non farsi cancellare i contenuti.
È micropolitica digitale allo stato puro: post e reel accumulano memoria collettiva e prendono attivamente il controllo del loro racconto, delle rappresentazioni di sé e della loro influenza sulla società
Creator come nuovi cronisti
Qualche esempio?
Hamada Shaqoura, incluso nella lista Time 100 Next nel 2024, prepara piatti con le razioni umanitarie per i bambini sfollati. Lavora con ciò che ha a disposizione — perché magari la farina per fare il pane è troppo costosa o l’olio scarseggia — e trova modi originali per trasformare gli ingredienti: la pasta, ad esempio, viene stracotta, rimpastata e usata per fare il pane o altre preparazioni. In questo modo, un gesto quotidiano come cucinare diventa anche un modo per prendersi cura, trovare soluzioni e far arrivare un messaggio di denuncia e resistenza a chi osserva.
E ancora Mohammed Raed, che su TikTok mostra con ironia come si svolge la vita nei territori occupati quando tutto è distrutto, dalle piccole azioni come ricaricare il cellulare senza corrente, all’acquisto dei beni di prima necessità quando i contanti sono finiti e le carte di credito inutilizzabili.
C’è anche chi, purtroppo, non ce l’ha fatta. Medo Halimy, documentava la vita nei campi con ironia e dignità, mostrando le dinamiche quotidiane della vita in tenda all’interno dei campi per sfollati senza mai perdere il senso dell’umorismo o la volontà di raccontare la realtà. È rimasto vittima di un bombardamento, e con la sua morte si è perso non solo un narratore, ma anche una voce che riusciva a trasformare il quotidiano in memoria e consapevolezza collettiva.
Resistere è continuare a vivere
Cos’hanno in comune questi creator? Fanno parte della Gen Z e hanno capito che i social network non sono solo piattaforme per condividere foto o video, ma strumenti per raccontare storie, creare connessioni e costruire comunità. Un utente a Milano o Berlino non deve conoscere la storia del conflitto per capire la frustrazione di cucinare con tre ingredienti, studiare senza elettricità o rischiare la vita per reperire acqua potabile.
Insomma, condividere aspetti della propria vita privata online non è solo esibizionismo, ma un atto di costruzione identitaria e comunitaria. Anche sotto assedio, i linguaggi digitali non spariscono: si trasformano, resistono, continuano a produrre senso.
Resistere significa continuare a vivere, cucinare, ridere, raccontarsi.
Significa dire al mondo: siamo ancora qui.





