Fotografa, osserva, scrive.
Il primo scatto ritrae un carpaccio di tonno. Osserva la fotografia: l’angolazione è buona, la luce leggermente fioca. Aumenta la luminosità, poi la invia a un amico. “Delizioso” scrive, e aggiunge l’emoji con la linguetta.
Il cameriere le versa un po’ d’acqua, poi si allontana con il piatto ormai vuoto. Sola e senza una pietanza da immortalare, la donna sfila e reinfila i suoi tre anelli, più volte, poi gioca ad arrotolare le ciocche bionde. Lancia un’occhiata all’orologio, si guarda intorno, ma, non appena un altro commensale incrocia il suo sguardo, lo distoglie immediatamente.
Sfiora il cellulare con le dita, come a contarne le piccole crepe. Lo accende. Scruta la schermata di blocco in cerca di una notifica: la risposta dell’amico, un messaggio della madre, l’uscita della sua newsletter preferita. Scorre ansiosa sullo schermo, preme rapida sulla tastiera. Una voce la riscuote: “Ecco a lei, signora”.
Fotografa, osserva, scrive.
I nuovi protagonisti sono degli gnocchetti ai gamberi. Li mangia con gusto, ma senza concedersi il lusso di rilassarsi davvero; niente scarpetta, niente pause contemplative. Non appena finisce l’ultimo boccone, piega in fretta il tovagliolo e si dirige alla cassa.

Per molti di noi, l’idea di sedersi al ristorante da soli evoca uno strisciante senso di disagio. Non è tanto la solitudine in sé a spaventarci, quanto il fatto che sia visibile, esposta agli occhi degli altri. In uno spazio pubblico regolato dalla performance della socialità, il tavolo da uno si trasforma in un palcoscenico d’ansia. Ci sentiamo colpevoli di occupare uno spazio “sottratto” a una potenziale coppia, terrorizzati dall’idea che chi ci circonda stia formulando la diagnosi più temuta della nostra era: “non ha nessuno con cui stare”.
A questo si aggiunge il cosiddetto effetto spotlight, un meccanismo psicologico che ci porta a credere di essere costantemente al centro dell’attenzione. Già nel 2000, uno studio dello psicologo Thomas Gilovich ha dimostrato che tendiamo a modificare il nostro comportamento in funzione dello sguardo altrui, anche quando gli altri, di fatto, non stanno prestando alcuna attenzione a ciò che stiamo facendo. Negli anni successivi, numerose ricerche hanno confermato questo fenomeno, mostrando quanto il nostro naturale egocentrismo possa alterare la percezione della realtà circostante.
Oltre ai meccanismi psicologici, esistono anche fattori più concreti che contribuiscono a farci percepire il mangiare da soli come qualcosa di insolito. I ristoranti, infatti, sono progettati pensando alla convivialità: i tavoli vengono quasi sempre apparecchiati per più persone, diversi piatti sono pensati per essere condivisi o vengono serviti solo a partire da due porzioni. A questo si aggiunge il valore simbolico che attribuiamo al pasto fuori casa: per molti di noi, il ristorante è il luogo delle grandi occasioni, come feste di laurea, compleanni, cene di classe e anniversari.
Infine, c’è un aspetto molto pratico. Nei momenti di maggiore affluenza, un tavolo occupato da una sola persona rende meno di una comitiva, e non tutti i ristoratori fanno mistero di preferire le “tavolate”. A volte questo si traduce in attese inspiegabilmente lunghe, altre in rifiuti più o meno velati. È successo, per esempio, a Barcellona nell’estate del 2023: i residenti hanno raccontato che alcuni bar e ristoranti delle zone più turistiche rifiutavano di servire chi si presentava da solo, pur avendo tavoli liberi. In questo contesto ha iniziato a circolare il termine solomangarephobia: se per i clienti singoli rappresenta il timore di essere rifiutati o messi a disagio, la stampa spagnola ha ribaltato la definizione, usandola per descrivere l’autentico terrore dei ristoratori all’idea che un solo ospite occupi un tavolo destinato a un gruppo di turisti.

Per sottrarci a questo forte disagio abbiamo sviluppato una serie di strategie. La più diffusa è rifugiarci dietro uno schermo: il computer, le cuffie, ma, soprattutto, lo smartphone. Come riportato da Gambero Rosso, il telefono a tavola è ormai una consuetudine diffusa, guidata soprattutto dai giovani della Generazione Z (tra i 16 e i 24 anni): ne fa uso ben il 76% di ragazze e ragazzi spagnoli, seguiti da polacchi (72%), italiani (67%), inglesi (62%), francesi (52%) e tedeschi (52%). Quando abbiamo il telefono in mano, chi ci osserva non può sapere che cosa stiamo facendo. Magari stiamo fotografando il piatto per pubblicarlo sui social, o inviarlo a un amico. Oppure stiamo rispondendo a una mail di lavoro, leggendo un messaggio della persona che ci piace o semplicemente controllando il meteo. È proprio questa opacità a renderlo un perfetto “oggetto-scudo”: il cellulare crea una barriera invisibile tra noi e gli sguardi degli altri, attenuando la sensazione di essere esposti.
Non sorprende, quindi, che sedersi a un tavolo da soli possa ancora apparire, almeno culturalmente, come un’eccezione. Eppure, qualcosa sta cambiando. Quello che per generazioni è stato vissuto come il triste dazio del viaggiatore d’affari o il sintomo di un isolamento forzato, oggi si sta ridefinendo come solo dining: una tendenza globale, un atto di self-care e, in ultima analisi, una radicale riscrittura antropologica del nostro rapporto con il cibo.
Il caso di Ichiran è diventato emblematico. Nata nel 1960 come realtà dedicata al ramen tonkotsu, la catena giapponese ha progressivamente estremizzato la propria filosofia fino a trasformare il pasto in un’esperienza quasi totalmente individuale. L’ordine avviene tramite distributore automatico all’esterno del locale. Una volta ottenuto il ticket, si entra all’interno della sala, dove si trova una mappa luminosa che segnala i posti liberi, e si consegna il biglietto al personale premendo un pulsante. Ogni cliente consuma il proprio ramen in una sorta di box personale, separato da pannelli che riducono al minimo i contatti visivi con gli altri commensali; persino l’interazione con il personale è filtrata da tendine e passaggi controllati. Tutto è progettato per sottrarre il rumore sociale ed esaltare la precisione del gusto del ramen. Ad oggi Ichiran possiede oltre ottanta sedi nel mondo, tre di queste negli Stati Uniti.

Spostandoci in Europa, la traiettoria cambia forma ma non direzione. Nel 2013, ad Amsterdam, la direttrice creativa Marina van Goor inaugura Eenmaal. Spesso si tende a fare confusione su questo progetto: la sua vera novità non sta nell’essere il primo spazio in assoluto pensato per chi mangia da solo, ma nell’essere il primo ristorante strutturato interamente con veri e propri tavoli singoli. Mentre Ichiran “nasconde” il cliente all’interno di un box per favorire la concentrazione sul cibo, da Eenmaal lo spazio è aperto e i tavoli, rigorosamente da uno, sono esposti nella sala. L’obiettivo non è l’isolamento acustico o visivo, ma la normalizzazione sociale del mangiare da soli.
Nemmeno l’Italia è immune al fascino del solo dining. I dati della piattaforma TheFork, citati dal Sole 24 Ore e poi ripresi da Il Post, mostrano una svolta netta: tra il 2023 e il 2024, le prenotazioni singole sono cresciute del 15,3% in dodici mesi. Il dato colpisce perché proviene da un Paese in cui il pasto continua ad avere un forte valore relazionale, dove la tavola è percepita come il luogo della condivisione, della conversazione, del legame. «È il contesto culturale in cui viviamo che crea il senso di disagio, perché la commensalità è un collante dell’interazione sociale», spiega l’antropologa culturale Gaia Cottino a Prismag. In altre parole, in Italia il solo dining non è ancora completamente normalizzato, ma non è più nemmeno un’eccezione.
A trainare questa tendenza sono soprattutto la generazione Z e i Millennial, complici i social network: tra recensioni e raccomandazioni di bar, locali e ristoranti, hanno dato vita a grandi comunità di foodies, spesso trainate da micro-influencer locali.

Un altro motivo è di natura demografica. Secondo l’Istat, rispetto ai primi anni Duemila la quota di non anziani che vive da sola in Italia è quasi raddoppiata: oggi i single non vedovi sono 6,3 milioni e rappresentano circa una famiglia su quattro. Il fenomeno non riguarda solo l’Italia: una ricerca del Pew Research Center – ripresa da Gambero Rosso – mostra che nel 2019 negli Stati Uniti quasi quattro persone su dieci tra i 25 e i 54 anni erano single, contro il 29% del 1990. Meno coppie significa anche più occasioni vissute in autonomia, compresi i pasti fuori casa. Un cambiamento che sta mettendo in discussione un immaginario rimasto a lungo immutato.
Per decenni abbiamo attribuito al tavolo del ristorante un significato che andava ben oltre il cibo: successo, status, amore, famiglia. Chi sedeva da solo sembrava infrangere una regola non scritta, esponendosi a quel sottile “palcoscenico d’ansia” amplificato dagli sguardi altrui. Oggi, però, quella regola si sta incrinando sotto il peso di una nuova realtà demografica e culturale: viviamo più spesso da soli, ci spostiamo di più e condividiamo esperienze anche attraverso uno schermo.
Eppure, il disagio non è scomparso. È ancora lì, nascosto dietro una notifica controllata senza motivo, una foto scattata al piatto, le dita che scorrono sul cellulare mentre attendiamo i nostri gnocchetti. Forse porteremo con noi questi piccoli rituali di protezione ancora per un po’. Ma, se il solo dining continuerà a crescere, è possibile che, un giorno, quel tavolo da uno smetterà di essere un atto di coraggio. Sarà soltanto un tavolo. E una persona che ha fame.


