C’erano una volta i diari segreti, quelli con il lucchetto, nascosti in fondo a un cassetto e possibilmente abbastanza lontani dallo sguardo dei genitori. Erano spazi piccoli, privati, protetti. Luoghi in cui si poteva essere incoerenti, esagerati, arrabbiati, innamorati, vulnerabili, senza dover pensare a come quelle parole sarebbero state ricevute da un pubblico.
Oggi quel diario può avere una password, un nickname, una lista ristretta di follower. Anzi, può essere diviso in più stanze: un profilo pubblico, uno privato, uno ancora più piccolo, abitato soltanto dalle persone alle quali affidiamo la parte meno presentabile, meno controllata, più vulnerabile di noi.
È qui che entrano in scena i Finsta, contrazione di fake Instagram: account secondari, spesso privati e riservati a una cerchia ristretta, nati come controcampo rispetto al profilo principale. Il paradosso è già tutto nel nome: il profilo “fake” può diventare quello percepito come più vero, mentre quello ufficiale – talvolta chiamato Rinsta, da real Instagram – resta il luogo più curato, pubblico e performativo. Il termine comincia a circolare nei primi anni Dieci e diventa progressivamente un fenomeno riconoscibile anche fuori dalle nicchie adolescenziali.
Negli anni i Finsta sono diventati anche oggetto di ricerca. Alcuni studi li hanno descritti come una forma di “intimate reconfiguration” delle piattaforme: si piega il social a un uso più piccolo, protetto e vulnerabile, modificandone pubblico e aspettative. Altri lavori hanno mostrato come adolescenti e giovani possano percepire questi account secondari come più autentici proprio perché consentono di separare pubblici che altrimenti collasserebbero insieme: amici, genitori, insegnanti, conoscenti, estranei.
È da qui che parte anche una riflessione recente della Dottoressa Francesca Dogliani, psicologa e psicoterapeuta a Torino, che lavora soprattutto con adolescenti e giovani adulti. Nel suo ultimo post su Instagram osserva una struttura ancora più articolata: non soltanto profilo pubblico e profilo privato, ma una vera e propria architettura a livelli dell’identità digitale. Uno spazio per tutti, uno per gli amici, uno per pochissimi.
Dogliani parla di “autodifesa digitale” e di “pudore digitale”. Due espressioni che ribaltano un luogo comune tenace: quello secondo cui le nuove generazioni avrebbero perso il senso della privacy perché abituate a condividere tutto.
Potrebbe stare accadendo quasi il contrario.

fonte Instagram @dr.ssafrancesca.dogliani
Chi è cresciuto sapendo che una fotografia può essere salvata, inoltrata, estrapolata dal contesto e vista da pubblici completamente diversi potrebbe aver sviluppato una sensibilità molto precisa rispetto a chi ha il diritto di vedere che cosa.
Ed è qui che il percorso di Dogliani rende la conversazione particolarmente interessante. Laureata con lode in Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione all’Università di Torino, ha iniziato il proprio lavoro di ricerca occupandosi del rapporto fra apprendimento e tecnologia, con una tesi sull’ergonomia di un software compensativo per la dislessia evolutiva, premiata con il Premio Optime. Ha poi collaborato con il Dipartimento di Psicologia di Torino e con KITE Solutions nell’ambito di un progetto europeo dedicato all’interazione tra persone e sistemi tecnologici.
Nel 2013 si specializza con lode e dignità di stampa in Psicoterapia presso la Scuola Adleriana di Torino, con una tesi costruita attorno al lavoro clinico, alla fiaba, alla musica e all’immaginario, e nel 2014 approfondisce ulteriormente il proprio percorso con una specializzazione nelle Psicopatologie dell’Apprendimento.
Oggi, dopo anni di attività clinica nell’ambito dell’età evolutiva, si occupa di diagnosi di personalità e di D.S.A. oltre che di psicoterapia, prevalentemente con adolescenti e giovani adulti. Accanto alla pratica clinica porta avanti attività di docenza presso la Scuola Adleriana di Psicoterapia.
Il suo è dunque un osservatorio particolare: non soltanto perché incontra bambini e ragazzi mentre stanno costruendo la propria identità, ma perché il suo percorso ha toccato fin dall’inizio apprendimento, tecnologia, immaginazione, personalità e relazione.
E forse la questione interessante dei Finsta è proprio quella di capire perché sentiamo il bisogno di avere pubblici differenti per versioni differenti di noi stessi.
In fondo, forse il diario col lucchetto ha soltanto cambiato forma. Oggi il lucchetto può essere una lista Close Friends, un account secondario, un profilo che conoscono in dodici. E mentre Gen Z e Gen Alpha imparano a decidere chi può vedere cosa, forse stanno inventando una nuova grammatica della privacy, della vulnerabilità e persino dell’autenticità.
Da qui siamo partiti per chiederle che cosa significhi crescere quando l’identità può avere pubblici differenti, quando essere riconosciuti significa anche essere misurati e quando, paradossalmente, tenere qualcosa nascosto potrebbe essere uno dei gesti più contemporanei che esistano.

1. Dottoressa, i Finsta sono nati quasi come un paradosso: il profilo “fake” per mostrare una versione percepita come più vera, mentre quello ufficiale diventava sempre più curato e performativo. Nel suo post descrive oggi una struttura ancora più complessa, con un’identità pubblica, una privata e una quasi intima.
Cosa ci racconta questa moltiplicazione dei profili sulla costruzione del sé di Gen Z e Gen Alpha? È frammentazione o è una nuova competenza nel gestire contesti e pubblici differenti?
È un fenomeno affascinante che si muove nello spartiacque tra competenza strategica e rischio di frammentazione. Da un lato, mostra una straordinaria plasticità sociale: i ragazzi hanno capito prima degli adulti che l’arena digitale richiede registri diversi. Dall’altro, però, questa tripartizione rispecchia fedelmente la crisi di cui parlava Erik Erikson nel descrivere lo stadio dell’adolescenza, ovvero l’oscillazione tra identità e diffusione dell’identità. Quando il Sé si frammenta in così tanti profili, il rischio è che non si trovi più un baricentro.
Se per sentirsi sicuri i ragazzi devono frammentare la propria immagine in tre profili diversi, significa che l’unità del Sé è minacciata e il rischio è di sviluppare quello che la psicoanalista Alice Miller ha definito come il dramma del “falso Sé”. Miller ha ampiamente studiato come il bambino, per non perdere l’amore dei genitori, impari a nascondere i propri bisogni autentici, conformandosi alle aspettative altrui.
Oggi i social media hanno amplificato questo meccanismo: creiamo inconsciamente un “falso Sé” digitale, una facciata performante per sentirci accettati, finendo però per scollegarci dalla nostra reale identità. Il profilo ufficiale diventa la vetrina del “falso Sé” idealizzato, mentre il Finsta o il profilo intimo diventano il tentativo disperato di proteggere il nucleo autentico. Non è solo competenza comunicativa; è una strategia di adattamento per sopravvivere alla complessità. Resta un interrogativo in merito al grado di consapevolezza di chi mette in atto simili meccanismi.

2. Alcune ricerche sui Finsta li descrivono come una risposta al “context collapse”, cioè al problema di parlare contemporaneamente davanti ad amici, genitori, insegnanti, colleghi e sconosciuti. Lei invece usa l’espressione “autodifesa digitale”.
Mi sembra ancora più forte: che cosa stanno cercando esattamente di difendere questi ragazzi? La reputazione, l’intimità, la possibilità di sbagliare, oppure uno spazio in cui non essere continuamente interpretati?
Stanno cercando di difendere esattamente tutte queste cose, ma sopra ogni cosa la possibilità di sbagliare senza essere condannati in eterno. Se leggiamo la società digitale con gli occhi di Thomas Hobbes, ci accorgiamo che la rete somiglia terribilmente a quel bellun omnium contra omnes (la guerra di tutti contro tutti) dove l’essere umano è guidato dall’istinto di sopravvivenza e dal timore del declassamento sociale.
In un’arena hobbesiana dove ogni post può essere usato contro di te e dove lo “screening” dei datori di lavoro o il giudizio dei pari è perenne, l’autodifesa digitale diventa vitale. Il “falso Sé” di cui scriveva Alice Miller nasceva nell’ambiente familiare come adattamento per non perdere l’amore dei genitori. Oggi quell’ambiente si è esteso all’intera rete. I ragazzi avvertono che il pubblico digitale è un giudice severo e spesso privo di empatia.
Creare un profilo finsta o iper-ristretto è un atto di guerriglia psicologica: serve a blindare una zona franca dove poter essere imperfetti, goffi o tristi, senza che quell’errore si trasformi in uno stigma permanente per la loro reputazione. Difendono il diritto umano di cambiare idea e di evolvere, lontano dall’algoritmo che cristallizza tutto.

3. Mi interessa molto il concetto di “pudore digitale” che propone, perché contraddice l’idea degli adolescenti come generazione dell’oversharing. È possibile che proprio chi è cresciuto dentro l’esposizione permanente sia diventato più sofisticato nel decidere cosa non mostrare?
E potremmo arrivare al paradosso per cui oggi il gesto più radicalmente intimo non è raccontarsi, bensì tenere qualcosa fuori dallo sguardo degli altri?
Credo che ci troviamo di fronte a una forma di evoluzione della specie digitale. La narrazione mainstream ci ha raccontato per anni una Gen Z e una Gen Alpha totalmente inclini all’esibizionismo, ma la realtà clinica ed empirica ci mostra una profonda inversione di tendenza. Il “pudore digitale” è la risposta immunitaria all’iper-esposizione.
Il vero lusso, oggi, è l’invisibilità. Se ci riflettiamo, questo concetto si sposa perfettamente con la visione individual-psicologica ripresa dal Professor Lino G. Grandi, il quale sottolinea che la salute psichica risiede nella capacità di stabilire confini definiti tra l’individualità e l’orientamento sociale. L’oversharing selvaggio è spesso il sintomo di un profondo sentimento di inferiorità che cerca compensazione immediata. Al contrario, il gesto radicale di “sottrarre” qualcosa allo sguardo pubblico significa dire: “Questo pezzo di me ha valore in sé, non ha bisogno del rispecchiamento o della validazione della massa per esistere”.
L’intimità oggi si fonda sul segreto, sul non condiviso.

4. E infine, nel suo post compare una tensione molto contemporanea: “voglio essere visto e validato, ma ho il terrore del giudizio di massa”.
Cosa succede psicologicamente quando un bisogno umano antichissimo come quello del riconoscimento viene tradotto dalle piattaforme in numeri – follower, like, visualizzazioni, reazioni? Il rischio è cercare conferma oppure imparare a leggere noi stessi attraverso la risposta del pubblico?
Il rischio enorme è il secondo: stiamo delegando la nostra autocoscienza a un contatore numerico esterno. Per spiegare questo cortocircuito dobbiamo scomodare la dialettica del signore e del servo di G.W.F. Hegel. Hegel ci insegna che l’essere umano ha un bisogno viscerale di essere riconosciuto dall’altro per acquisire coscienza di sé. Ma se questo riconoscimento viene mediato da un algoritmo quantitativo, la relazione si svuota.
Diventiamo “servi” dei like e il pubblico diventa il “padrone” che decide il nostro valore di mercato emotivo. Per la psicologia adleriana, questo meccanismo è tossico perché distrugge il “sentimento sociale” autentico e alimenta un’ansia da prestazione nevrotica. Quando traduciamo il bisogno di appartenenza in cifre, non cerchiamo più una relazione, cerchiamo un punteggio. Finisce che la persona non si chiede più “Chi sono io e cosa sento?”, ma “Cosa si aspetta il pubblico da me per darmi quel like?”. Ci si legge esclusivamente attraverso il riflesso deformante dello schermo.
Compito della psicoterapia oggi è proprio quello di aiutare i ragazzi a rinegoziare questo bisogno, ricordando loro che l’unico riconoscimento che fonda l’identità è quello che avviene in una relazione calda, interpersonale, partecipativa e, soprattutto, non quantificabile in cuoricini e pollici in su.




