L’altra sera, per la prima volta in vita mia, mi hanno chiesto se fossi monogama.
Lì per lì non ho saputo rispondere. Non perché non sapessi cosa pensare, ma perché non capivo perché mi venisse fatta quella domanda e, soprattutto, come prenderla. Era cortesia? Dichiarazione di intenti? Una variabile relazionale da dichiarare in anticipo, come l’orientamento sessuale o le allergie alimentari?
Mi sono resa conto che non avevo un protocollo per quel momento. Nessun copione sociale. E subito dopo mi sono chiesta: quando è successo? Quando “sei monogama?” è diventata una delle domande che si può fare, o che forse va fatta, come se fosse una scelta tra altre?
Quella sera ho fatto quello che facciamo tutti quando non capiamo qualcosa: ho cercato su Google. Quando ho digitato “poligamia” mi sono accorta che la seconda parola suggerita dal motore di ricerca era: “significato”.

Non “come praticarla”, non se “è legale”, non “testimonianze”, ma: “significato”.
La cosa mi ha stupito, e mi ha fatto capire qualcosa che va oltre il tema in sé.
Di solito non googliamo il significato di parole che conosciamo già, ma quelle che non ci sono chiare. Ed evidentemente non sono l’unica ad essersi trovata nella posizione di volere un chiarimento.
Quel suggerimento di ricerca è infatti segnale di un orientamento culturale importante: prima ancora di chiederci se vogliamo la poligamia, il poliamore, le relazioni aperte, stiamo cercando di capire cosa stiamo nominando. E, perché no, cosa siamo precisamente noi e dove ci posizioniamo con le nostre tendenze affettive.
Il periodo di caos che stiamo vivendo si sta facendo sentire in tutti i campi: generazionale, lavorativo e anche relazionale.
Parole come “poligamia”, “non monogamia”, “poliamore” sono diventate parole-soglia: non sono più tabù esotici relegati a subculture. In un certo senso sono state sdoganate e vengono praticate attorno noi, ma non sono ancora entrate nel “vocabolario affettivo” comune. Allo stesso modo di chi pratica relazioni non monogame. Incontriamo, soppesiamo queste parole, anche senza praticare i loro significati e poi le lasciamo lì, sulla soglia tra ciò che conosciamo e ciò che rifiutiamo e lasciamo a margine. Ma di cui c’è bisogno di un significato nuovo.
Il fatto che tante persone cerchino il “significato” di queste parole suggerisce una cosa semplice, ma importante: molte persone non riconoscono più la propria esperienza nei modelli strutturati ereditati. Ma siamo ancora molto ancorati ad una visione che suggerisce di guardare a queste pratiche come ad una trasgressione. Quello che manca è una cultura diffusa e forse uno strumento che ci aiuti a identificare e a ristrutturare queste nuove forme relazionali per dare loro un riconoscimento o una possibilità di essere esplorate, quantomeno teorica.
Allora, con quella domanda nella testa, mi sono messa ad indagare e ho scoperto che fino ad oggi esistono due grandi narrazioni della poligamia. Chiaramente opposte e nessuna delle due giuste.

Da una parte ci sono i commenti dei tradizionalisti, che, anche in modo generalista spiegano la poligamia come un modo di tradire in pace con scuse intellettuali per farlo. Dall’altro lato c’è la visione dei libertari, o se vogliamo progressisti, che esultano per la liberazione dalle catene di una monogamia imposta.
Ma nel mezzo sono riuscita a trovare un punto più interessante del tradimento per spiegare la diffusione di un interesse verso un mondo relazione diverso: l’esclusività romantica.
Forse è quest’ultima ad essere il nodo davvero complesso che contiene in sé tante cose diverse e che – per come ci è stata consegnata – non riesce più a sostenere, contenere, quello che sta accadendo nelle vite reali di ciascuno. Soprattutto nelle nuove generazioni che fanno i conti con quello che rimane della monogamia imposta della generazione precedente.
Facciamo un passo indietro e un piccolo chiarimento terminologico
La domanda infatti che mi era stata fatta è sei monogama, ossia: appartieni a quegli individui che hanno rapporti sentimentali e sessuali esclusivi? Se avessi risposto sì avrei confermato il mio status, ma se avessi risposto no sarei entrata in un caos di definizioni non chiarissime. La poligamia non è esattamente l’opposto della monogamia, ma una forma matrimoniale strutturata e riconosciuta giuridicamente in cui una persona ha più coniugi simultaneamente: si parla di poliginia quando un uomo ha più mogli, di poliandria quando una donna ha più mariti. Ma quando parliamo di relazioni non esclusive consensuali oggi, spesso non parliamo di matrimoni plurimi – parliamo di poliamore, relazioni aperte, non-monogamia etica: tutte forme che esistono fuori dalle strutture giuridiche tradizionali e che non hanno ancora un nome condiviso e stabile.
Insomma è più semplice chiedere e domandare in base ad un sistema di riferimento stabile, e in effetti la monogamia è quello più semplice perché quello diffuso in Occidente e strutturato abbastanza da potersi riconoscersi o non riconoscersi.
Ma perché la monogamia è diventata il sistema di riferimento universale? Perché quando pensiamo all’amore “vero” pensiamo automaticamente all’esclusività?

La monogamia
Storicamente, la monogamia nasce come struttura sociale ed economica. Parliamoci chiaramente: l’obiettivo del matrimonio era legato all’eredità da salvaguardare: sia in termini di prole e discendenza, sia in termini di beni economici da preservare. Dunque, tutto quello che riguardava ruoli di genere chiari era favorito per il funzionamento di questo sistema strutturato e tutelato dal diritto. Molto tempo dopo, l’amore romantico ha fatto il suo ingresso nel mondo, trasformandosi in una narrazione che ha reso tutto questo emotivamente sostenibile.
La coppia monogama, quindi, ci è stata proposta, presentata e narrata come unica opzione possibile, come sinonimo di serietà, felicità, impegno e rispetto. Un sacrosanto dovere da raggiungere. Senza vie di fuga o di uscita, finché morte non la separi.
San Valentino un cortocircuito culturale?
San Valentino celebra la coppia come forma sociale riconosciuta, performata pubblicamente, celebrata con rituali condivisi. Ma proprio mentre compriamo rose e prenotiamo cene, le ricerche su Google raccontano altro. Non si tratta di una contrapposizione frontale – non è che la gente finga di amare mentre cerca alternative. È che esiste una distanza: tra ciò che sappiamo dire ad alta voce (e celebrare pubblicamente) e ciò che viviamo nel silenzio delle nostre stanze, delle nostre chat, dei nostri desideri e pensieri non detti. Quella distanza non è ipocrisia. È il segno che i rituali pubblici non riescono più a contenere tutta la complessità di ciò che proviamo.

Cercare significato per stare meglio, non per avere di più
Parlare di poligamia, poliamore, non monogamia non significa necessariamente volerle praticare. Significa avere strumenti per comprenderle senza paura o giudizio.
La ricerca di alternative relazionali, nella maggior parte dei casi, non nasce da avidità affettiva o sessuale. Nasce da un bisogno di coerenza. Di un lessico che permetta di dire: “amo questa persona, desidero quest’altra, non voglio mentire a nessuna delle due, e non voglio nemmeno vivere come se una delle due esperienze fosse meno vera”. Non è voler avere tutto. È voler stare bene dentro relazioni che non assomigliano più ai modelli ereditati.
Accettare la poligamia – o anche solo pensarla, nominarla, cercarla su Google – non vuol dire rinunciare a se stessi. Vuol dire riconoscere che l’identità individuale può restare centrale anche fuori dalla monogamia, che l’amore non è sinonimo di possesso, che la gelosia può essere osservata invece che sacralizzata come prova d’amore.
Una relazione poligama – quando funziona – funziona esattamente come una relazione monogama sana: con accordi chiari, comunicazione continua (anche quando è scomoda), confini personali rispettati. Senza questi elementi non è poligamia: è disordine emotivo, esattamente come una monogamia forzata o disonesta.
La domanda non è “funziona?”, ma “per chi funziona?”
Non si tratta di etichettare la poligamia come giusta o sbagliata. Ma cercare di capire come viene vissuta e soprattutto: da chi?
Non tutti devono accettare la poligamia – e va bene così. Una vera maturità relazionale, in una società sempre più fluida, sta nel saper scegliere il modello relazionale più adatto e coerente con sé stessi, sapendo che le alternative che esistono sono pur sempre legittime.
In questo momento storico stiamo però ancora cercando il significato e le parole per definirle.
Non so se l’amore sta cambiando, ma sicuramente stiamo cambiando noi rispetto al nostro sentire emozioni. E quel dettaglio apparso nel motore di ricerca suggerisce che siamo in un momento di passaggio: non sappiamo ancora dove andiamo, ma sappiamo che le parole che abbiamo non bastano. Forse ampliare il nostro vocabolario emotivo con delle nuove, potrebbe essere il primo atto di libertà.





