C’è una parola che per anni abbiamo pronunciato sottovoce, come se fosse una soglia scomoda: midlife. Una parola caricata di stereotipi, ironia difensiva, paura travestita da battuta. Crisi, rallentamento, “non sono più quella di prima”. E invece, se ci fermiamo un attimo, la midlife è spesso il primo momento in cui smettiamo davvero di recitare, perché non abbiamo più voglia di fingere. È il punto in cui il corpo parla più chiaro, il tempo diventa una materia concreta, e le domande smettono di essere astratte: chi sono adesso? Cosa tengo? Cosa lascio andare? È una ricalibrazione. Una fase in cui l’energia cambia forma, ma non si spegne.
La midlife non è quella raccontata come declino, né quella edulcorata da slogan motivazionali. È una midlife viva, curiosa, creativa. Una stagione in cui l’esperienza smette di essere zavorra e diventa leva. In cui la competenza non chiede più permesso, e il desiderio torna a essere una bussola legittima. Oggi qui su BUNS parliamo con una donna che ha reinventato il gioco della comunicazione digitale come poche sanno fare: Arianna Chieli, longevity mentor, creator 50+, e voce autorevole della midlife. Su Instagram si presenta così – con un sorriso, una consapevolezza che fa venire voglia di alzarsi e ballare, e l’invito gentile a guardare la vita con occhi nuovi, curiosi e creativi.
La sua storia attraversa decenni di trasformazioni digitali: dal giornalismo tradizionale alla creazione di format che hanno segnato il passo nel mondo social, passando per talk, podcast e videocast che raccontano non solo trend ma persone, desideri, cambiamenti. Arianna non è una che si accontenta di “fare contenuti”: lei riflette su chi siamo, come cambiamo e, soprattutto, su come possiamo vivere ogni fase con energia, stile e autenticità.
Nel suo universo c’è spazio per Ikigai contemporaneo – un modo di accompagnare donne multipotenziali a ritrovare il proprio centro e costruire progetti che rispecchino davvero chi sono – e per Preloved Queen, dove moda, sostenibilità, tech e creatività si incontrano per trasformare il guardaroba in opportunità. Con Arianna si ride, si riflette, si impara, e si capisce che la midlife è una fase da celebrare con stile, coraggio e un tocco di follia felice. Prendetevi un caffè (o un bicchiere di vino, perché no?) e immergetevi in questa conversazione che parla di tempo, di donne, di futuro e di storie che vale la pena raccontare.

Arianna, nella tua bio parli di “midlife che ci meritiamo” e suona un po’ come una dichiarazione di rivoluzione gentile. Qual è stato il momento in cui hai sentito davvero che la tua midlife stava diventando non solo un capitolo, ma il tuo capitolo più interessante?
Ci hanno indotte a pensare alla nostra vita dopo gli anta come ad un lento declino. Invecchi, arriva la premenopausa, poi la menopausa, diventi meno desiderabile, meno performante, meno interessante. Fine dei giochi. E una parte di te, inconsciamente, finisce per credere a questa narrazione. Per fortuna quando ci siamo arrivate abbiamo scoperto che le cose non stanno proprio così, o meglio credo che dipenda in buona parte da noi, dalle scelte che facciamo, da come ci immaginiamo nel mondo. Per questo ho scelto di raccontare una storia diversa di questa midage così poco esplorata per parlare (anche) della libertà, della forza e della maturità come un superpotere perché credo possa essere utile a tutte.
Per quanto mi riguarda quello che io chiamo il mio migliore glowup è arrivato dopo un periodo funesto, irto di difficoltà e di cambiamenti che mi hanno costretta a rimettermi in gioco: premenopausa, separazione e figli che stavano crescendo, tutto questo in mezzo ad una pandemia: la tempesta perfetta! I miei figli sono diventati adolescenti e mi sono potuta riappropiare del mio tempo, un tempo “libero” che per anni è stato dedicato alla loro crescita e che relegava il tempo per me e per le mie passioni ad un angolo molto piccolo, rosicchiato tra i doveri di madre e gli impegni lavorativi. Poi il mio matrimonio è finito dopo molti anni ed è stato un lutto e allo stesso tempo una liberazione, con momenti di crisi fortissima e la sensazione di essere disancorata che mi hanno costretta a riflettere a lungo su chi fossi e cosa volessi a questo punto della mia vita. Tutto questo ha iniziato ad esplodere durante il Covid, quando eravamo tutti chiusi in casa.
Una sera che ero sul divano e non ne potevo più mi sono ripromessa che se fossimo sopravvissuti e tornati ad una vita normale, non avrei aspettato più niente e nessuno, sarei andata a prendermi la felicità che desideravo per la mia vita, a costo di far esplodere tutto l’ecosistema e ricominciare daccapo. E un po’ così è stato. Mi sono iscritta ad un corso di danza, ho ripensato la mia vita e la mia carriera, ho iniziato a viaggiare come avrei sempre desiderato. E si, sono andata in terapia. E ho raccontato tutto questo tsunami sui social.

Se la tua carriera fosse un film, quale sarebbe la scena che rappresenta il pivot tra la giornalista tradizionale e la creatrice digitale che sei oggi? E che colonna sonora ci metteresti?
Il film è Dirty Dancing e il mio pivot è tutto lì “Nessuno mette Baby in un angolo”.
Per anni ho lavorato nei media tradizionali ed è stata un’ottima palestra ma nonostante facessi al meglio delle mie possibilità il mio lavoro, non cresceva. Intanto la mia voce passava sempre da un filtro: qualcuno decideva se era il momento giusto, il tema giusto, il formato giusto. Anche la mia eventuale autorevolezza non era mia, era intermediata.
Quando ho scoperto i social è cambiato tutto. Ho capito che potevo parlare senza chiedere il permesso, scegliere io cosa raccontare e come farlo. E soprattutto ho capito una cosa molto semplice: l’autorevolezza non arriva da un titolo, arriva dalla relazione.
Il mio pivot non è stato lasciare il giornalismo, ma portare quello che avevo imparato in uno spazio nuovo, che non esisteva prima. Un lavoro che ci siamo inventate e che abbiamo imparato col tao del fare, sbagliando, provando, riprovando.
La colonna sonora è una bachata: “La Mejor Versión de Mí.” Forse l’avete già sentita scorrere sotto qualche TikTok. In realtà è molto più di una canzone, é un inno femminile. Parla di redenzione, di rinascita, e di quella sindrome dell’impostore che, nel profondo, ci sfiora tutte. Forse tutti. Ma noi donne un po’ di più.

Parli di aiutare donne multipotenziali a ritrovare centro e senso, senza dover scegliere chi essere. Qual è il mito più profondo da sfatare sulla molteplicità dei talenti? E come ci si ricompatta quando si sente che “troppe cose” è un peso, non una forza?
Non siamo progetti, siamo persone. Le persone hanno interessi molteplici, desideri che cambiano, stagioni della vita. E va bene così. Il mito più grande da sfatare è che essere multipotenziali voglia dire essere confuse.
Spesso non è così: il problema è vivere in un mondo che ti chiede di scegliere una cosa sola e farla per sempre. Un concetto anacronistico e castrante. Quando la multipotenzialità diventa un problema è perché manca un filo, una direzione, un centro che colleghi tutto. E quel filo spessissimo c’è già, è tutto lì ma fatichiamo a vederlo. Quando riusciamo ad unire i puntini quel “troppo” diventa una forza.

Il concetto di longevity mentor è così potente perché riguarda tempo, valore, esperienza. Se dovessi dare un unico consiglio pratico a una donna che ha appena compiuto 50 anni e si sente “in pausa”, quale sarebbe?
Credo che parta tutto da come leggiamo la realtà. Dal distacco che riusciamo a mettere tra quello che gli altri pensano sia bene per noi e quello che noi desideriamo davvero, senza giudizio. A 50 anni siamo bravissime a fare quello che “ha senso”, quello che è coerente con la nostra storia, quello che non disturba troppo gli equilibri. Ci hanno educate a non dare troppo fastidio e spesso lo facciamo finché non diventa intollerabile. [O finché la menopausa non porta la nostra soglia di tolleranza vicino allo zero]
Il consiglio è semplice, ma non facile: ricominciare ad ascoltarsi senza giudizio. Senza chiedersi se è tardi ( spoiler, non lo è mai), se è realistico, se è appropriato. Quelle domande vengono dopo. Prima viene il contatto con quello che desideriamo davvero oggi, non dieci anni fa. Il miglior consiglio che posso dare é : abbi il coraggio di ammettere almeno con te stessa cosa vuoi. Dillo a voce alta. Scrivilo su un foglio. Datti il permesso di desiderare. Poi sul come arrivarci, ci si lavora e spesso le donne nella midlife quando sbloccano questo punto, sbloccano tutto.
La pausa spesso non è immobilità: è un tempo di riorientamento ed è giusto ascoltarlo finché non diventa paralizzante. A quel punto basta smetterla di farsi mille paranoie da overthinker, bisogna iniziare a rendere concreto il cambiamento con delle azioni.
Aggiungo anche un altro consiglio che a me è servito moltissimo: diventa la tua priorità perché è ora e te lo meriti! Compra quel biglietto aereo, iscriviti a quel corso, inizia quel progetto. Se non ora, quando?

Guardando indietro, qual è l’errore più divertente o sorprendente che hai fatto all’inizio della tua carriera digitale e che oggi definiresti quasi un superpotere imperfetto?
Di errori ne ho fatti parecchi, e alcuni mi sono costati molto cari. Il più grande, quello ricorsivo, è stato fare sempre le cose troppo presto rispetto ai tempi del mercato.
Intuire i bisogni prima che diventino evidenti è una dote, ma senza punti di riferimento rischia di trasformarsi in dispersione. È il classico limite degli early adopter: tanto entusiasmo, poca visione d’insieme.
Col tempo ho capito che quello che sembrava un errore era anche un superpotere imperfetto: intercettare i bisogni prima che esplodano. Come quello fortissimo delle donne nella midlife di essere rappresentate in modo diverso, reale, non stereotipato.
Ed è proprio da lì che oggi nasce il mio lavoro come consulente per i brand. Perché comunicare con donne della mia età non è solo una questione di linguaggio o di estetica: è una questione culturale ed economica. Significa capire tempi, desideri, fragilità e ambizioni di un pubblico che ha potere decisionale, capacità di spesa e una fame enorme di rappresentazione autentica.
Da ( piccola) imprenditrice ho imparato a fare una cosa che prima non facevo: fermarmi un attimo prima di lanciarmi. Guardare se qualcuno ha già percorso quella strada, come sta andando il suo business, quali errori ha fatto. Ispirarsi a chi ha già avuto successo in un altro mercato o declinare in un potenziale mercato format che hanno funzionato non è una cosa di cui vergognarsi ma una bussola e talvolta fa la differenza tra fermarsi prima di una catastrofe commerciale e schiantarsi.
Il secondo grande errore è stato non dare abbastanza peso al fattore economico.
Un tema molto femminile. Di soldi le donne hanno sempre parlato poco e male. A me mancava un’educazione finanziaria solida e, soprattutto, la consapevolezza che il mio valore andava retribuito in modo adeguato. Non per i soldi in sé, ma per la libertà che il denaro ti garantisce.

Nel mondo dei contenuti digitali c’è sempre fermento, trend che nascono e muoiono in una notte, nuove piattaforme che promettono rivoluzioni, “regole social” che cambiano. Come fai a rimanere autentica mentre provi nuovi linguaggi e sperimenti continuamente?
I miei social sono cresciuti con me. Non li ho mai pensati come una vetrina, ma come un racconto che andava avanti mentre cambiavo io. Ho raccontato con molta trasparenza le diverse fasi della mia vita, perché la moneta che ho sempre cercato non è stata la viralità, ma la fiducia.
Nel digitale proviamo tutti, e tutti sbagliamo. Io per prima. La curiosità è sempre stata il mio motore: mi piace sperimentare, testare linguaggi nuovi, capire cosa succede sulle piattaforme. E a volte sono proprio i trend a farti crescere, perché lavoriamo comunque dentro un contesto algoritmico.
Il punto non è demonizzarli ma usarli con attenzione (col contagocce) perché il rischio concreto è quello di un grande appiattimento: stessi format, stesse parole, stesse emozioni preconfezionate. Funzionano ma a forza di funzionare tutti allo stesso modo, rischiano di non dire più nulla, soprattutto se parli a donne adulte, con una storia e una complessità.

Ti va di raccontarci di un progetto, uno solo, che senti abbia segnato una svolta nel modo in cui pensi il tuo lavoro oggi, e perché?
Direi FashionCamp [un barcamp dedicato a moda, beauty e tecnologia in cui i creator che all’epoca erano blogger o tweetstar potessero incontrarsi con le proprie community] perché è stato un progetto profondamente anticipatore rispetto a quello che oggi chiamiamo creator economy. Era il 2011, quindi a livello digitale l’epoca dei dinosauri.
Non si parlava ancora di community, di personal brand o di ecosistemi digitali. Ma FashionCamp funzionava già così: non c’era un centro che trasmetteva e una platea che ascoltava, c’era uno spazio aperto in cui le persone portavano competenze, visioni, domande. Il valore non stava nel palco, ma nella relazione.
Per me è stata una svolta perché mi ha fatto capire che il digitale non è solo distribuzione di contenuti, ma costruzione di contesti onlife. Ed è anche lì che ho iniziato a vedere il lavoro del creator in modo diverso: non come semplice produzione di contenuti o advertising per i brand, ma come un insieme di competenze trasversali.
Oggi il lavoro di creator, se è maturo, si traduce in consulenza, docenza, co-creazione con i brand, progettazione culturale. È la capacità di leggere i linguaggi, interpretare le community, costruire senso e valore insieme alle aziende, non solo visibilità.
Riguardandolo oggi, FashionCamp anticipava molte dinamiche attuali: la disintermediazione, l’autorevolezza orizzontale, il ruolo delle community come motore culturale prima ancora che economico. È lì che ho capito che il mio lavoro non era solo raccontare il cambiamento, ma contribuire a disegnarlo.





