Immaginate di svegliarvi un lunedì mattina, di non avere la minima voglia di tornare al lavoro. Fuori fa freddo o piove. Vi sentite già stanchi e la settimana deve ancora iniziare. Mentre fate colazione aprite Instagram, scrollate un attimo ed ecco, all’improvviso, l’ispirazione: un pinguino. Se non ci credete, provate voi stessi: vi basterà cercare l’hashtag #pinguino e al resto ci penserà l’algoritmo.
Ma andiamo con ordine.
Quasi vent’anni fa, nel 2007, il cineasta tedesco Werner Herzog presentava al pubblico Encounters at the end of the world. Un documentario potente, profondo, che racconta non solo della Natura selvaggia e inospitale in una regione estrema come l’Antartide, ma anche dell’essere umano, delle sue spinte e tormentate radici esistenziali. Senza dilungarci troppo in una recensione non richiesta, Herzog vuole affrontare il discorso sull’Umanità accostandola a ciò che la circonda. Testimonianze e storie di vita fuori dall’ordinario vengono allora presentate all’interno di un quadro più ampio, in uno spazio fisico in costante mutazione. Esplorazioni di identità soggettive, percorsi che si snodano nell’arco di pochi decenni, incorniciati in una realtà vecchia di milioni di anni, ma pur sempre in movimento.
“Perché gli uomini indossano maschere per nascondere chi sono? E perché allevano cavalli per usarli per inseguire i cattivi? Perché alcune specie di formiche controllano gruppi di parassiti delle piante come se fossero schiavi, per sfruttarli e ottenere gocce di soluzioni zuccherine? E perché un animale sofisticato come lo scimpanzé non si serve di creature inferiori (come ad esempio una capra) per spostarsi più velocemente?” Per quanto possano apparire bizzarre, le domande poste da Herzog sono lo specchio di lunghe riflessioni sulla Natura, questioni filosofiche che dalla stessa scaturiscono.
Trattandosi di un tema complesso, il regista vuole limitarsi a stimolare nello spettatore una serie di interrogativi filosofici, metafisici. Non ci è ancora dato sapere se a certe questioni vi sia una risposta netta, certa.
Ed è qui che arriviamo, per la prima volta, ai pinguini.

È necessario però, ai fini di un contesto più comprensibile ed esaustivo, fare un piccolo passo indietro. Due anni prima, nel 2005, usciva nelle sale un altro documentario, anche questo ambientato in Antartide, ma dallo stampo molto diverso rispetto aEncounters. La marcia dei pinguini (titolo italiano) del francese Luc Jacquet, seguiva da vicino la vita di una colonia di pinguini imperatore, la loro lotta per la sopravvivenza ma anche abitudini e rituali quotidiani presenti nella vita di questi animali. La pellicola era stata un buon successo, trattandosi soprattutto di un’opera che strizza l’occhio a grandi e piccini, con una voce narrante capace di coinvolgere e commuovere lo spettatore. Eppure, proprio questo specifico elemento cinematografico, aveva contribuito ad accendere un po’ ovunque un certo dibattito. Secondo diversi esperti la scrittura risultava troppo invadente: una narrazione edulcorata, con la presenza di passaggi morali ed emotivi che avevano inevitabilmente portato il film a perdersi in interpretazioni arbitrarie, scarso rigore scientifico ed eccessiva antropomorfizzazione dei pinguini. Un dibattito entrato (pur marginalmente) anche nella sfera politica, con strumentalizzazioni varie, volte a far passare come universali convenzioni sociali tendenzialmente poco “animali”, quali la famiglia tradizionale o la monogamia.

In questo senso, la dichiarazione di Herzog all’inizio della sua opera, due anni dopo, secondo la quale egli “non voleva girare un altro film sui pinguini”, sembra un esplicito riferimento alla discussione generatasi intorno al documentario di Jacquet. Umanizzare alcuni comportamenti animali, dare loro voce e sentimenti umani, per il regista tedesco, sarebbe equivalso a forzare una risposta a domande troppo alte e troppo metafisiche.
Eppure, oggi, dopo quasi vent’anni, è proprio uno dei suoi pinguini a risultare non solo molto umano, ma addirittura motivazionale.
In Encounters at the end of the world, a un certo punto, il regista tedesco intervista il professor Ainley, ornitologo ed esperto di pinguini. Lo scopo è quello di porgli delle domande su alcuni comportamenti, definiti come “devianti”, di cui ha sentito parlare e che lo incuriosiscono particolarmente. Quello che a noi più interessa, in questa sede, è quello per cui alcuni esemplari, senza apparente motivo, si separano dal resto del gruppo e, invece di dirigersi verso le zone di pesca, sull’Oceano, intraprendono un percorso solitario verso l’entroterra e le montagne. Se anche il professore o uno dei suoi colleghi intercettassero uno di questi esemplari e lo riportassero indietro, in mezzo ai suoi simili, questi riprenderebbe immediatamente la propria strada verso le montagne, pur essendo destinato con ogni probabilità a una morte di stenti per mancanza di cibo.
Ed è proprio questa scena, che ritrae un pinguino “deviante” diretto verso l’ignoto e una morte certa, accompagnata dalla domanda più logica che Herzog si pone alla vista del fenomeno – “but why?” – a essere diventata virale oggi, dopo tutto questo tempo.

Il pubblico dei social è impazzito alla vista di questo animale, il ritratto catartico di un piccolo e goffo puntino nero in mezzo alla bianca desolazione dell’Antartide. L’impressione destata da un simile comportamento, letto come una sfida ai tabù e ai dogmi imposti dalla società, in favore invece di una ricerca della propria autentica essenza, da compiersi affrontando il vasto mondo, è stata tale da inondare l’algoritmo di una miriade di contenuti. Ed ecco che il pinguino è passato dall’essere la vittima di un fenomeno etologico ancora misterioso a un viandante eroico su un mare di ghiaccio.
Questa povera creatura è diventata così virale da essere strumentalizzata (guarda un po’) addirittura da Trump e dalla Casa Bianca, in un post che tenta grottescamente di legittimare l’invasione della Groenlandia; Herzog, dal canto suo, accoglie questa rinnovata attenzione verso la sua opera con una reazione apparentemente lusingata, ma che non sembra curarsi nemmeno troppo dal nascondere una certa dose di ironia.

Ma perché, come specie, non riusciamo a non umanizzare le altre specie animali? Tralasciando per ora le dinamiche social – e tutta la superficialità che purtroppo molto spesso ne va a intaccare i contenuti – diverse ricerche e studi scientifici hanno cercato una risposta a questa domanda.
Solo per citarne alcune, è emerso che un bias cognitivo tipicamente umano è la tendenza a costruire storie e nessi di senso nello spazio e nel tempo. Il desiderio di collegare elementi distinti in una successione di cause ed effetti — che tra le altre cose ci predispone in modo particolare alla finzione — è stato messo in evidenza dal celebre esperimento di Heider e Simmel. Alla semplice domanda “cosa vedi?”, posta davanti a figure geometriche in movimento, la quasi totalità degli intervistati ha risposto ricorrendo a soluzioni narrative, attribuendo intenzioni e relazioni causali di fatto arbitrarie.
Questa inclinazione interpretativa è stata successivamente confermata anche dal neuroscienziato Michael Gazzaniga, secondo il quale potrebbe esistere una specifica struttura cerebrale deputata alla costruzione di spiegazioni coerenti, localizzata nell’emisfero sinistro e definita non a caso “interprete”.
A questa esigenza di narrazione si affianca un secondo meccanismo cognitivo. In quanto esseri senzienti, tendiamo ad attribuire l’esistenza di una mente altrui come causa e conseguenza di comportamenti osservabili. È il principio della Theory of Mind, formulata da David Premack e Guy Woodruff nel 1978, secondo cui, attraverso l’introspezione, inferiamo che chi compie azioni simili alle nostre sia dotato di un apparato cognitivo analogo.
L’etologia ha nel tempo attestato l’esistenza di forme di cognizione anche nel resto del regno animale, rendendo possibile una certa estensione della Theory of Mind oltre la specie umana. La conseguenza, già problematizzata da studiosi come Lloyd Morgan e Pavlov, è un ulteriore bias cognitivo: la tendenza, spesso eccessiva, a umanizzare il comportamento animale.

Più recentemente poi, una ricerca del 2007 firmata da Epley, Weitz e Cacioppo, ha delineato meglio le condizioni grazie alle quali questa antropomorfizzazione ha solitamente luogo. I fattori sono tre e possiamo subito provare ad applicarli al caso del pinguino.
Il primo è quello della “conoscenza agentiva attivata”: si tratta di una sorta di scappatoia cognitiva, per la quale riutilizziamo categorie e schemi mentali umani per dare una spiegazione a comportamenti ambigui, messi in atto da agenti dei quali non comprendiamo gli impulsi ad agire. Alla vista di un pinguino separato dalla sua colonia saremo allora propensi a credere si possa essere perso, che possa essersi confuso o che stia cercando di scappare. Non avendo un accesso diretto alla sua fisiologia o ai suoi vincoli evolutivi tenderemo insomma ad applicare categorie umane.
Il secondo è quello della “motivazione al controllo e alla comprensione”: il nostro bisogno di dare una spiegazione a ciò a cui assistiamo, di prevedere il comportamento altrui e ridurre quindi l’incertezza, si traduce nell’attribuire all’animale delle intenzioni umane. Se allora il pinguino non segue un comportamento atteso, non ha una spiegazione funzionale chiara e viola il modello etologico standard, subentrerà in noi, a scapito di una spiegazione di tipo biologico, una di tipo psicologico: il pinguino è depresso, alienato, oppure è un ribelle o, ancora, si trova nel mezzo di una crisi esistenziale.
Il terzo fattore è quello che ci porta allo “stadio finale” della lettura social del pinguino motivazionale, ed è quello della cosiddetta “motivazione sociale e relazionale”. Qui interviene l’emotività, l’empatia: è comprovato che più una persona è sola o si percepisce tale, maggiore sarà la sua tendenza ad antropomorfizzare. Si crea in questo modo un legame, in grado di ridurre la sensazione di isolamento e permettere un’identificazione, una proiezione di se stessi nell’animale. È così che il pinguino diventa “letteralmente me” (per i meno giovani: tic linguistico degli ultimi tempi), un emblema dell’artista solitario, una figura quasi stoica, un individuo estraneo alla società e quindi moralmente superiore alla stessa.

Se aggiungiamo all’equazione la natura attuale dei social, ossia un ambiente dove la socialità è molto spesso simulata, di contro a una bassa connessione reale, ecco spiegata la viralità e il conseguente slittamento di significato tra l’originale pinguino “deviante” e l’attuale pinguino motivazionale.
Il paradosso qui, abbastanza evidente e divertente, se vogliamo, sta nelle differenti intenzioni degli autori dei due documentari di inizio anni 2000. Se infatti Jacquet aveva volontariamente dotato i pinguini di una certa dose di umanità, Herzog, al contrario, aveva probabilmente provato a ridimensionarla, approcciandosi a queste creature da un punto di vista più scientifico. Il risultato però è finito per essere lo stesso.
D’altra parte, a quanto pare, non ci si può far niente: siamo fatti così.




