C’è una parola che negli ultimi anni ricorre spesso quando parliamo di bambini, preadolescenti, crescita: autonomia. La nominiamo con sicurezza. La consideriamo un valore. Diciamo di volerla coltivare. Poi però, quando si tratta di lasciare davvero spazio, qualcosa si inceppa.
Noi di BUNS ce lo siamo chiesti: quanto siamo pronti, davvero, a lasciare andare? E non in astratto, ma nella vita quotidiana fatta di pomeriggi, smartphone, compiti, parchi, chat, campetti e panchine. Una ricerca recente promossa da Ringo insieme a AstraRicerche ci offre una fotografia nitida, e per certi versi scomoda, di questa contraddizione educativa.
Tutti parlano di autonomia.
Quasi nessuno la pratica fino in fondo.
La ricerca, condotta su genitori di figli tra i 7 e i 14 anni, mette a fuoco un bisogno profondo ma spesso poco riconosciuto: quello di tempi e luoghi tra pari, liberi ma sicuri, fuori dalla casa e dalla scuola. È quello che viene definito Terzo Spazio.
Non un concetto teorico, ma uno spazio molto concreto: cortili scolastici, campi sportivi, biblioteche, panchine, luoghi di prossimità. Spazi dove i ragazzi possono stare tra loro, senza una regia adulta costante.
Il dato chiave è questo: per quasi 9 genitori su 10, il Terzo Spazio è sinonimo di autonomia. L’87% ne riconosce il valore per l’indipendenza e la crescita personale, e il 66% lo considera fondamentale per rafforzare le abilità sociali. Eppure, nella pratica, solo il 33% dei genitori concede davvero momenti senza supervisione adulta. La percentuale sale al 47% solo nella fascia 13–14 anni.
Autonomia sì, dunque.
Ma a piccole dosi. E possibilmente sotto controllo.
La quotidianità dei tween: una vita piena… e incastrata
La ricerca racconta anche come sono fatti, oggi, i pomeriggi di ragazzi e ragazze.
Il 66% dedica almeno un’ora a compiti e studio. Sport e TV occupano entrambi il 52% del tempo. In mezzo, quasi a ritagliarsi uno spazio tra gli impegni, c’è il tempo con gli amici. Ed è proprio lì che il Terzo Spazio prende forma: non come evento eccezionale, ma come micro-occasioni di autonomia dentro una routine molto strutturata.
Il problema non è che i ragazzi non abbiano nulla da fare.
Il problema è quanto poco spazio non programmato rimane loro.

Paura del mondo reale, paura del digitale
Perché questa distanza tra ciò che riconosciamo come giusto e ciò che concediamo davvero? La ricerca è molto chiara: i freni principali sono legati alla paura.
Il 34% dei genitori teme per la sicurezza fisica dei figli. Un altro 34% è preoccupato dalle “cattive compagnie”. E il 33% fatica a gestire il controllo online.
Il risultato è un paradosso tipicamente contemporaneo: non ci fidiamo del mondo reale, percepito come pericoloso; e non ci fidiamo del mondo digitale, percepito come incontrollabile. In mezzo, il Terzo Spazio resta sospeso. Desiderato, ma raramente abitato fino in fondo.
Il digitale è già un Terzo Spazio (che lo vogliamo o no)
Un altro dato fondamentale riguarda internet. Quasi la metà dei preadolescenti (44%) usa la rete regolarmente, che diventa a tutti gli effetti un nuovo Terzo Spazio.
Online, l’attenzione si concentra soprattutto sui social media (59%), con una forte prevalenza di video brevi, tra YouTube e TikTok. Con l’età, però, l’uso del web cambia: tra gli 11 e i 14 anni, internet entra nello studio (47%) e diventa uno strumento per restare in contatto con gli amici (46%), molto più che tra i 7–10 anni.
Cambiano anche le modalità di accesso: i più piccoli navigano affiancati dai genitori (56%), i più grandi sempre più spesso da soli (39%). Gli effetti non sono né solo positivi né solo negativi: il digitale crea più occasioni di dialogo (33%), ma anche momenti di isolamento (26%). È uno spazio ambivalente, in trasformazione, esattamente come lo è il Terzo Spazio fisico.
Non basta organizzare: bisogna lasciarli andare
A commentare questa complessità è lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini, che nella ricerca sottolinea un punto cruciale: oggi i genitori sono consapevoli dei rischi dell’iperconnessione digitale, ma allo stesso tempo non si fidano del mondo reale. Eppure, l’autonomia individuale e sociale può svilupparsi solo attraverso esperienze di gioco e socializzazione fuori dal controllo adulto.
Non bastano scuola, sport, attività organizzate. Serve anche la sperimentazione graduale di sé nel mondo, l’aggregazione libera tra pari, le amicizie senza adulti sempre presenti.
Lasciarli andare, dice Lancini, non significa disinteressarsi.
Significa smettere di organizzare tutto.

La lettura BUNS: il Terzo Spazio parla più di noi che dei ragazzi
Ed è qui che, noi di BUNS, sentiamo il bisogno di fermarci un attimo.
Perché questa ricerca non racconta solo i tween. Racconta soprattutto noi adulti. Racconta la fatica di reggere l’ansia del non controllo. La difficoltà di fidarci dei legami tra pari. La tentazione continua di sostituire l’autonomia con la sorveglianza.
Il Terzo Spazio non è sparito. È diventato fragile, contrattato, regolato, continuamente negoziato. E forse il punto non è chiederci se esista ancora, ma quanto siamo disposti a tollerarlo davvero.
Perché concedere autonomia non è un gesto simbolico. È una pratica quotidiana, fatta di piccoli rischi accettati, di distanze calibrate, di silenzi non riempiti subito. Lasciarli andare senza scomparire, restare presenti senza essere ovunque.
È l’atto educativo più difficile.
Ed è, probabilmente, quello di cui oggi abbiamo più bisogno.





