«Mi si nota di più se vengo
e me ne sto in disparte
o se non vengo per niente?»
Ecce Bombo, Nanni Moretti, 1978
C’è stato un momento, non so bene quando, in cui ci siamo trasformati da cacciatori a prede. Si sta come le alci, sull’autostrada nella notte che immobili fissano i fari dell’auto avvicinarsi sperando che le vedano, si fermino e non le uccidano. La morte, negli anni, è diventata quasi un tabù: è più difficile morire o facciamo più fatica ad accettarne la possibilità? Eppure, siamo stati coloro che lottavano per sopravvivere, anche uccidendo i nostri simili.
Avevo dodici anni quando, dopo una visita medica andata male, ho iniziato a misurarmi la pressione ogni giorno. Non per curarmi, ma per tranquillizzarmi. Avere numeri da guardare mi dava l’illusione di un controllo sul corpo, e quindi sulla paura.
Con il tempo, quella che era una mania privata ha trovato strumenti perfetti: app per la salute, grafici, parametri, notifiche. Un ecosistema pensato per aiutarci a stare bene, capace anche di offrire agli ansiosi come me qualcosa di molto più potente: la sensazione che qualcuno stia guardando al posto nostro.
In questo senso puramente fisico, interviene l’anello Oura, che verifica i tuoi parametri. Come una presenza discreta al tuo indice, che non parla ma registra tutto: dal battito appena sveglio, alla qualità del sonno. Oura non deve chiederti se stai bene, può tranquillamente dedurlo. Trasforma il corpo in una sequenza di micro-scostamenti da una norma ideale, e li traduce in punteggi, colori, suggerimenti. Dormire diventa una prestazione, riposare un obiettivo da ottimizzare. Anche l’inconsapevolezza, a questo punto, è monitorata.

A un certo punto però, il controllo smette di essere una fantasia individuale e diventa una domanda concreta: chi si accorge di me, se qualcosa va storto?
L’ho capito il giorno in cui hanno citofonato alla mia porta due amiche della mia vicina. Erano agitate e mi chiedevano se l’avessi vista uscire di casa, poiché si erano accorte che non rispondeva al telefono da ore e, vivendo da sola, nessuno era lì con lei. Nel giro di poco sono arrivati i pompieri e hanno forzato la sua porta: lei era a letto, malata e troppo debole per alzarsi.
Non so come sia andata a finire. So solo che quella sera ho iniziato a pensare a me: e se fossi stata io? Chi avrebbe citofonato? Chi avrebbe deciso che il mio silenzio era abbastanza lungo da diventare un problema?
Viviamo in un’epoca in cui siamo costantemente rintracciabili, ma raramente davvero cercati. Scriviamo messaggi che possono restare senza risposta per giorni senza allarmare nessuno. E allora, chi vive solo, non ha la certezza di fare la differenza, soprattutto quando non c’è più.
È in questo spazio che si inseriscono app come Sileme: un’app che in cinese significa letteralmente “Sei morto?”. La sua logica è di una chiarezza gelida: ogni uno o due giorni devi confermare che sei vivo con un clic. Se non lo fai, l’app avvisa automaticamente qualcuno che hai scelto (un amico, un familiare, un contatto di emergenza) che qualcosa potrebbe essere andato storto. In Cina ha scalato le classifiche di download perché intercetta un timore reale: vivere da soli significa, per molti, non avere nessuno che noti il silenzio. Tra le funzionalità principali ha: il calendario dell’umore, il tracker delle emozioni e il registro giornaliero; si potrebbe dire che è come i genitori che dopo scuola ti chiedevano “Come è andata a scuola?”e noi prontamente rispondevamo “Bene” anche quando non andava affatto così bene. Ma l’importante era rispondere, della verità poco importava.

Sileme intercetta una necessità quotidiana e pregna di significato per i tempi odierni, in cui ci sentiamo molto spesso soli e isolati, ma pur sempre connessi. Ed è qui che la mia riflessione si inceppa.
Da una parte è difficile non vedere la bellezza di questa possibilità: prendersi cura di chi vive solo, ridurre il rischio, evitare che una malattia diventi una tragedia solo per mancanza di sguardi. Dall’altra, è impossibile ignorare quello che racconta di noi.
Siamo arrivati al punto in cui non aspiriamo all’essere più forti, ma meno soli: appoggiandoci o aggrappandoci a qualcuno o qualcosa, pur di sopravvivere. Non si tratterà più di formare rapporti reali, di qualità, ma solo di formarli. In questo schema relazionale: il matrimonio diventa una garanzia di sopravvivenza e avere tanti amici diventa la sicurezza dell’esser notati se non si va a una festa.
È vero che si nasce e si muore soli, ma: se oggi smettessi di rispondere, chi se ne accorgerebbe? E dopo quanto tempo?





