Because I could not stop for Death
He kindly stopped for me
The Carriage held but just Ourselves
And Immortality.
Perché non potevo fermarmi per la Morte
Lei gentilmente si fermò per me
La carrozza conteneva solo Noi
E l’Immortalità.
Emily Dickinson
Because I could not stop for Death (1863)
La morte (non) è uguale per tutti
Siamo da poco entrati nel 2026 e ci sentiamo già sopraffatti. Guerre imminenti, tragedie quotidiane, una lista di angosce che sembra aggiornarsi più velocemente della nostra capacità di reggerla. Ogni giorno una notizia chiede attenzione, partecipazione, dolore. E ogni giorno ci scopriamo un po’ più stanchi.
In un mondo iperconnesso, prendere distanza dalle notizie tragiche è sempre più difficile. Ma forse la domanda non è solo come difenderci da questo flusso. È se vogliamo davvero farlo. Difendersi significa anche ammettere che non tutto può essere sentito allo stesso modo, che non tutte le morti riescono a toccarci.
E infatti non lo fanno.
Stai con le amiche, sedute a un tavolo, e finite a parlare delle notizie che vi hanno colpito di più quel giorno. A te è rimasta impressa la storia di una ragazza della vostra età, morta accidentalmente. Alla tua amica, invece, una strage avvenuta in Australia: ha parenti lì, e quella distanza geografica si accorcia all’improvviso. Vi ritrovate entrambe a farvi la stessa domanda, quasi con disagio: perché certe morti entrano nella nostra mente più di altre?
Non conosci quella ragazza. Non conosci le persone coinvolte in quella strage. Eppure qualcosa si muove e sceglie. Quello che sentiamo non dipende tanto dall’evento in sé, quanto dalla possibilità di riconoscerci in chi lo subisce. Questo meccanismo ha un nome in psicologia, si chiama Identifiable Victim Effect.
Dobbiamo infatti ricordarci che il dolore, spesso, prima di essere morale è cognitivo.

Durante la giornata, quella notizia continua a tornare nel tuo feed. Non la cerchi, ma eccola di nuovo. L’algoritmo lo sa: questa storia ti riguarda. La ripetizione la rende più presente e più urgente. È l’Availability Heuristic: più un evento è visibile e reiterato, più spazio occupa nella nostra mente. Il peso emotivo di una tragedia finisce per riflettere la sua esposizione mediatica.
È qui che compare il senso di colpa. La colpa di accorgersi che il nostro dolore è selettivo, e non sempre all’altezza dell’immagine che abbiamo di noi.
In realtà questa selezione non è il segno di una mancanza di umanità. È il risultato di un’esposizione continua, di una gerarchia emotiva che non scegliamo del tutto, ma che impariamo. L’anestesia emotiva non è disumanizzazione: è una forma di difesa. Il punto non è che sentiamo meno, ma che sentiamo solo ciò che ci viene mostrato abbastanza a lungo, abbastanza vicino, abbastanza bene.
Forse la domanda di fondo non è se sia giusto proteggerci dal flusso mediatico, ma cosa accade quando, per sopravvivere, accettiamo che alcune morti siano più sopportabili di altre, e che alcune possiamo permetterci di ignorarle.





