“Il mio San Valentino perfetto? Sono a casa, tre cellulare davanti a me, a gestire chiamate disperate di persone che vogliono comprare una delle cinquanta prenotazioni al ristorante che ho fatto sei mesi fa.”
The Office (US), 2006
“Una passeggiata da soli, si può definire “romantica”?”, penso mentre attraverso via Po, per poi arrivare a Piazza Vittorio. Almeno tre o quattro volte alla settimana, mi piace fare questo percorso, anche solo per arrivare sulle sponde del fiume, fare una bella foto al tramonto, e tornare a casa, soddisfatta e serena.
Ma il 14 febbraio tutto cambia. L’aria si riempie di palloncini rossi a forma di cuore, luci rosa e vetrine che invitano all’acquisto. San Valentino non è più solo una festa: è un rituale sincronizzato, un momento collettivo in cui tutti, chi più chi meno, partecipano. Anche chi non festeggia osserva, scrolla, commenta o ironizza. Come guardare tutti la stessa serie tv o seguire lo stesso evento online: sei dentro, volente o nolente.
Le vetrine sembrano competere tra loro: cuori di tutte le dimensioni, cioccolatini dorati, scritte in corsivo che promettono “l’amore eterno”. Anche i passanti si muovono come in un piccolo teatro urbano: chi sorride, chi scrolla sul cellulare, chi ignora tutto come se niente fosse.
Il fastidio non è odio, è solo consapevolezza di dover partecipare a qualcosa che non sempre senti tuo. Quelle domande ossessive: “E a San Valentino? Fai qualcosa?”; quegli sguardi dei fidanzati: “Vedrai che arriverà quello giusto!”.Tutto ti ricorda che esiste una convenzione culturale, e tu sei chiamata a misurarti con essa.
Il disagio, quindi, nasce dalla contraddizione tra partecipazione e distanza emotiva: vuoi far parte del flusso, ma non vuoi perderti nella performance altrui. Poi ci sono le storie degli anni passati, che tornano come promemoria e ti mettono di fronte a situazioni che pensavi di aver superato, ma che in queste occasioni rientrano (senza bussare) nei tuoi pensieri.
In mezzo a tutto questo, i Baci Perugina diventano un esempio perfetto: aprire il cioccolatino e leggere il biglietto è un piccolo rituale; come i biscotti della fortuna a fine cena dal cinese: il biscotto fa schifo, la frase pure, ma quanto sono contenta quando lo apro?

E allora scrolli. Scrolli e osservi: caroselli di coppie perfette, reel romantici da trailer cinematografico, storie di cene a lume di candela e baci rubati in slow motion. Poi i meme: single che ridono dell’ansia da regalo perfetto, battute sulle prenotazioni dimenticate, ironia che rimbalza da feed a feed. San Valentino non serve solo a celebrare l’amore romantico. È un momento che ricorda l’esistenza di una norma sociale, un’occasione in cui tutti, chi più chi meno, si posizionano. Il gesto, piccolo o grande, diventa parte di un flusso collettivo, in cui la ripetizione e la partecipazione valgono più dell’effetto spettacolare.
Ci sono quei momenti ad esempio, in cui il sentimento privato diventa notizia globale: pensiamo a Sturla Holm Lægreid, il biatleta norvegese che ai Giochi Olimpici Invernali di Milano‑Cortina 2026, dopo aver vinto una medaglia di bronzo, ha confessato di aver tradito la sua fidanzata, definendo quell’episodio “il più grande errore della mia vita”. La scena, ripresa e rilanciata da testate e social, ha divorato l’attenzione mediatica.
La cosa interessante è un’intimità emotiva trasformata in headline, commenti e schermi televisivi. In quel gesto privato, una confessione di vulnerabilità, si è infilato il meccanismo dello spettacolo mediatico, fino a farne oggetto di giudizio, meme e dibattito pubblico. È la stessa dinamica che vediamo ogni anno a San Valentino, quando le relazioni vengono trasformate in contenuti consumabili, meno per il loro significato originario e più per il modo in cui entrano nel grande flusso di condivisione collettiva.
Allora, il 14 febbraio, faccio la mia solita passeggiata fino a Piazza Vittorio. Scatto la foto al tramonto, mi siedo su una panchina e apro i social. In quel flusso ci sguazzo, giudicando tutti sottilmente.
Mi guardo intorno. Probabilmente ci saranno anche altri single, ironici quanto me, che commentano la giornata. Li osservo: da una parte empatizzo, dall’altra li trovo un po’ tristi, e sorrido. Perché questa, come altre feste, serve anche a creare un momento condiviso. Nel bene e nel male.
Allora va bene condividere foto romantiche? Farsi trasportare da questa giornata?
Mentre ragiono sulla risposta compro un bacio perugina, leggo il mio biglietto e penso:“Ma chi le scrive queste frasi?!”, e mastico di gusto quel cioccolatino, condividendo sui social un bellissimo tramonto.





