C’è un momento preciso in cui un dato smette di essere un numero e diventa una storia. Succede quando qualcuno lo ascolta davvero. Succede quando un’informazione – magari raccolta in una riunione di quartiere, in una chiacchierata al mercato o durante una passeggiata urbana – smette di essere una frase isolata e comincia a collegarsi ad altre. Quando una voce incontra un’altra voce, un’impressione diventa una tendenza. Quando una piccola osservazione personale si rivela condivisa da centinaia di persone. È esattamente in quel momento che nasce qualcosa che, nel mondo di BUNS, chiamiamo Data Humanism.
Non un modo per rendere i dati più eleganti o più sofisticati, ma un modo per ricordarci che i dati sono sempre pezzi di vita umana. E se volete vedere un esempio molto concreto di questo approccio applicato alla città, non serve andare lontano. Basta fare due passi in questi giorni sotto i portici di piazza Palazzo di Città, a Torino, dove sono esposte le dieci mappe illustrate nate dal progetto “Voci di Quartiere”.
A prima vista sembrano semplicemente delle belle illustrazioni urbane. Disegni pieni di personaggi, edifici, dettagli di quartiere. Mappe che raccontano pezzi di città con stili visivi diversi. Ma se ci si ferma qualche minuto in più, si capisce che quelle mappe non sono semplicemente disegni. Sono dati che hanno cambiato forma.

Prima delle mappe: le voci
Per capire davvero cosa raccontano queste mappe bisogna tornare indietro, a prima che esistessero. Da dove nascono? Da un anno e mezzo di ascolto urbano. Il progetto Voci di Quartiere, promosso dalla Città di Torino e organizzato da Urban Lab, aveva un obiettivo molto concreto: raccogliere informazioni utili per costruire il nuovo Piano Regolatore della città. In altre parole: capire come cambierà Torino nei prossimi anni.
Ma invece di partire subito da analisi tecniche o modelli urbanistici, il progetto ha deciso di fare una cosa apparentemente semplice e in realtà molto rara: chiedere direttamente alle persone che abitano la città. E farlo non attraverso un singolo questionario online, ma con un lavoro capillare sul territorio. Nel corso del 2024 e della prima metà del 2025 sono stati organizzati incontri nei quartieri, workshop pubblici, interviste individuali, passeggiate urbane e laboratori partecipativi. Le attività si sono svolte un po’ ovunque: nelle Case del Quartiere, nelle biblioteche civiche, nei centri di protagonismo giovanile, negli hub culturali.
Non solo. Per intercettare le persone anche nei luoghi più quotidiani della città è stata utilizzata perfino una cargo bike chiamata Alfonsina, che ha percorso più di 400 chilometri tra mercati, giardini pubblici, scuole, chiese e centri commerciali. Una specie di piccola redazione mobile della città. Il risultato di questo lavoro? Circa 10.000 torinesi coinvolti, oltre 320 istituzioni locali, una cinquantina di associazioni e comitati di quartiere. Ma soprattutto migliaia di racconti.

Quando i dati non sono numeri
Se proviamo a immaginare la mole di informazioni raccolte durante questo percorso, potremmo pensare subito a un enorme archivio di dati. E in effetti lo è, anche se non nel modo in cui di solito immaginiamo i dati perché non si tratta soltanto di statistiche o percentuali. Gran parte delle informazioni raccolte sono dati qualitativi. Frasi, osservazioni, sensazioni. Qualcuno ha raccontato che nel suo quartiere mancano gli spazi dove i ragazzi possano stare insieme la sera; qualcun altro ha parlato della difficoltà di trovare servizi di prossimità; altri hanno sottolineato l’importanza dei parchi e degli spazi di socialità.
Quello che emerge da questi racconti è la percezione collettiva della città, come viene vissuta davvero, dove ci si sente a casa, dove invece si passa senza fermarsi. E anche quali luoghi funzionano, quali invece sembrano rimasti indietro. Questo tipo di informazioni raramente finisce nei dataset tradizionali. Eppure, sono proprio quelle che raccontano la qualità della vita urbana.
Dieci quartieri, dieci interpretazioni
Una volta raccolte tutte queste informazioni, il progetto ha fatto una scelta che dice molto sul tipo di sguardo che ha guidato il lavoro. Invece di limitarsi a pubblicare un report tecnico (cosa che comunque è stata fatta per supportare la redazione del Piano Regolatore) Urban Lab ha deciso di tradurre una parte di questi dati in immagini.
Per farlo ha coinvolto dieci illustratrici e illustratori torinesi, ognuno con il proprio stile visivo e il proprio modo di leggere la città. Sono Roberto Blefari (Hikimi), Andrea Bozzo, Cecilia Campironi, Nicolò Canova, Francesca Chessa, Fernando Cobelo, Mr. Fijodor, Chiara Morra, Gabriele Pino e Rubra Studio.
A ciascuno è stato chiesto di fare una cosa molto particolare: interpretare le informazioni raccolte durante la campagna di ascolto. Trasformare dati, testimonianze e impressioni in narrazione visiva.
Il risultato sono dieci mappe emozionali, che raccontano come i quartieri vengono vissuti. Ogni mappa è quindi una specie di ritratto urbano, e un modo diverso di leggere la città.

Leggerezza che non è superficialità
Durante l’inaugurazione della mostra, l’assessore all’urbanistica Paolo Mazzoleni ha usato una definizione molto interessante per descrivere queste mappe. Ha parlato di “leggerezza”, non nel senso di qualcosa di semplice o superficiale. Piuttosto nel senso di una forma di racconto capace di rendere comprensibile una grande complessità.
Ed è esattamente qui che entra in gioco il Data Humanism, poiché uno degli obiettivi di questo approccio non è solo raccogliere dati, ma trovare modi nuovi per restituirli alle persone.
È chiaro che non tutti sanno leggere un report urbanistico, tantomeno si può pensare che tutti possano orientarsi tra grafici e statistiche. Ma quasi tutti riescono a leggere una storia visiva.: una mappa illustrata diventa così un dispositivo di traduzione, prendendo una massa di informazioni complesse e la restituisce in una forma accessibile.
Gli artisti come interpreti dei dati
Coinvolgere degli illustratori in un progetto legato alla pianificazione urbana può sembrare, a prima vista, una scelta insolita.
Se però ci pensiamo bene è perfettamente coerente con l’idea di Data Humanism, perché gli artisti fanno qualcosa che spesso i dataset non riescono a fare. Colgono l’atmosfera dei luoghi.
Una statistica può dirci quanti parchi ci sono in un quartiere, ma non può dirci se le persone li sentono davvero come spazi di comunità. Un dato può dirci quanti autobus passano, ma non può raccontare com’è aspettarli sotto la pioggia alle sette di sera. Gli artisti lavorano proprio in quello spazio intermedio, tra il dato e l’esperienza, tra la statistica e la vita quotidiana.
Nel lavoro che facciamo qui su BUNS spesso parliamo di small data, i piccoli segnali che emergono dalla vita quotidiana. E lo sappiamo, sono informazioni difficili da misurare con precisione e spesso sono proprio quelle che raccontano la vera geografia sociale di una città. Le mappe illustrate di Voci di Quartiere sono, in fondo, un modo per dare forma proprio a questi piccoli dati. Trasformandoli in immagini condivise.
La città come conversazione
Guardando queste mappe si capisce anche un’altra cosa: una città non è soltanto un sistema di infrastrutture, è soprattutto una grande conversazione collettiva fatta di opinioni, aspettative, memorie e desideri.
Progetti come Voci di Quartiere provano proprio a intercettare questa conversazione e a trasformarla in una base informativa per le decisioni pubbliche. È uno dei modi più interessanti per immaginare una città davvero data-informed senza diventare data-fredda.
Alla fine, forse, la cosa più interessante di queste mappe è proprio il percorso che le ha generate: migliaia di persone che raccontano la propria città, qualcuno che ascolta e raccoglie queste voci, un lavoro di sintesi e interpretazione e infine una restituzione pubblica.
Le mappe esposte sotto i portici non sono quindi solo un prodotto culturale: sono una forma di restituzione. Un modo per dire: quello che avete raccontato non è rimasto chiuso in un archivio. È diventato qualcosa di visibile.
Qualcosa che può essere guardato, discusso, interpretato. E forse è proprio questa una delle definizioni più semplici di Data Humanism urbano: restituire dati alle persone sotto forma di storie condivise.





