“Chi disse: ‘Preferisco avere fortuna che talento’,
percepì l’essenza della vita.
La gente ha paura di ammettere
quanto conti la fortuna nella vita.”
Match Point, regia di Woody Allen
Ogni anno guardiamo gli Oscar come se fossero una fotografia del cinema. In realtà sono più simili a uno specchio: riflettono meno i film e molto di più il tempo in cui quei film vengono premiati.
Per capire come funziona davvero questo meccanismo, conviene tornare all’inizio. La prima edizione degli Oscar si tiene nel 1929, a Los Angeles. Cena privata, pochi invitati, niente diretta televisiva. Hollywood è un’industria giovane ma già potentissima, e soprattutto è un sistema che ha bisogno di legittimarsi. Non basta produrre film: serve costruire un’idea di cinema che sia riconosciuta, autorevole e quasi istituzionale.
Il primo premio come miglior film va a Wings. Un film di guerra, spettacolare e pieno di innovazioni per l’epoca. Non è una scelta neutra. Siamo alla fine degli anni Venti, il cinema sta passando dal muto al sonoro, e Hollywood ha bisogno di dimostrare due cose: di essere all’avanguardia e di saper fare grande spettacolo. Wings serve esattamente a questo. Non è solo un bel film: è il film giusto per quel momento.

Se si guardano le prime edizioni, il pattern è evidente: vengono premiati film che consolidano l’identità dell’industria, come grandi produzioni e forme riconoscibili. L’Oscar, più che scoprire, stabilizza. Comunica al pubblico, qual è il cinema che conta davvero.
Nel frattempo, fuori dalle sale, il mondo cambia rapidamente. Arriva la Grande Depressione, poi la guerra. E gli Oscar cambiano con lui. Negli anni Trenta e Quaranta iniziano a vincere film che tengono insieme intrattenimento e funzione sociale. Non è propaganda esplicita bensì è un modo per accompagnare lo spettatore dentro un certo clima, senza mai perderlo.
Questo rapporto tra premi e contesto non si interrompe mai. Negli anni Settanta, con la crisi degli studios e l’arrivo della New Hollywood, iniziano a essere riconosciuti film più spigolosi e autoriali. Negli anni Novanta tornano grandi produzioni più “classiche”, capaci di parlare a un pubblico largo in un’epoca di espansione economica e culturale.
Gli Oscar si muovono sempre così: si posizionano nel punto in cui una trasformazione è già visibile ma ha ancora bisogno di essere confermata.
Oggi il meccanismo è diventato più complesso, ma non è cambiato nella sostanza. Anzi, si è raffinato. Perché oggi gli Oscar non sono solo una cerimonia: sono il punto finale di un lungo processo di raccolta, selezione e consolidamento che attraversa tutto il sistema dei festival.

I film non arrivano agli Oscar all’improvviso. Passano da festival come Cannes, la Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia, il Toronto International Film Festival o il Sundance. Lì iniziano a costruire la loro traiettoria: guardando le reazioni del pubblico, cosa pensa la critica o quanto un film riesce a stare dentro il discorso del momento.
Il caso di Parasite è emblematico. Vince la Palma d’Oro a Cannes, poi attraversa mesi di conversazione critica e pubblico, fino ad arrivare agli Oscar dove non è più solo un film internazionale di successo, ma un fenomeno già legittimato. La vittoria finale non è una sorpresa: è il punto d’arrivo di un percorso costruito passo dopo passo.
I festival, in questo senso, non scoprono semplicemente i film: li selezionano in base a ciò che può diventare rilevante. Un film può essere impeccabile e restare fuori, mentre un altro viene scelto perché intercetta qualcosa che sta emergendo. I festival sono già una prima forma di montaggio del reale: decide cosa entra nel discorso e cosa resta fuori.
Quando si arriva agli Oscar, il lavoro sporco è già stato fatto. Non si tratta di scegliere tra tutto il cinema possibile, ma tra ciò che è già stato reso visibile. E poi ci sono momenti in cui il meccanismo si vede chiaramente.
Anche i riconoscimenti tecnici raccontano questo cambiamento. Il fatto che oggi vengano premiate figure come Autumn Durald Arkapaw, la prima donna premiata come direttrice della fotografia. Non è solo il risultato di un singolo percorso professionale, è il segnale di una trasformazione più ampia: uno spazio che si apre perché, a un certo punto, deve aprirsi.

Questo meccanismo diventa ancora più evidente quando entrano in gioco film apertamente politici e internazionali. Un caso recente è Mr Nobody Against Putin, costruito a partire dalle riprese clandestine di un videomaker all’interno di una scuola russa dopo l’invasione dell’Ucraina. Il materiale nasce quasi per obbligo: documentare le attività “patriottiche” imposte dal governo, ma diventa qualcos’altro. Presentato al Sundance Film Festival nel 2025 e poi circolato nei festival internazionali, il film non viene solo visto: viene collocato.
In questi casi, il percorso festivaliero non seleziona soltanto. Trasforma un film in qualcosa che, a un certo punto, diventa impossibile ignorare. Quando film di questo tipo entrano nella stagione dei premi, non vengono più letti soltanto come opere. Diventano segnali. Anche qui, il punto non è solo quanto siano “belli”, ma quanto siano necessari in quel momento.
E qui si torna al punto di partenza. L’idea che gli Oscar premino “i migliori film” è rassicurante, ma imprecisa. Presuppone che esista un criterio stabile e condiviso. Ma il cinema non funziona così, e gli Oscar ancora meno.
Se si mettono in fila i vincitori del 1929 e quelli di oggi, la differenza è evidente. Non solo nello stile, nella tecnica o nei temi. Ma nel tipo di funzione che quei film svolgono. Wings serviva a dimostrare che il cinema poteva essere grande spettacolo e industria insieme. I vincitori di oggi servono a dimostrare che il cinema è ancora capace di rappresentare un mondo molto più complesso. Per questo, alla fine, gli Oscar ci sembrano sempre inevitabili. Non perché non ci siano alternative, ma perché, guardandoli a posteriori, tutto appare coerente con il momento in cui accade.
Forse il problema è che lo chiamiamo ancora “Miglior Film”. Ma quello che gli Oscar premiano, ogni anno, è un equilibrio fragile tra merito e fortuna. Gli Oscar non fotografano il cinema: lo mettono in ordine.





