di Federica Galzenati
e Maria Francesca Rubino
Perché la Gen Z è fatalmente attratta dalle storie d’amore tormentate, anche se ha così tanto interiorizzato il linguaggio delle relazioni sane?
Il nuovo adattamento di Cime Tempestose, della regista Emerald Fennell, con Jacob Elordi e Margot Robbie, riporta sullo schermo una delle storie più distruttive della letteratura occidentale ed è subito un successo clamoroso. Esiste però un fraintendimento culturale che si ripete ogni volta che la storia di Heathcliff e Catherine viene riproposta: i due vengono rappresentati come simbolo di amore assoluto, celebrazione di un’unione che supera persino la morte. Ma la verità, è tutt’altro che romantica. Emily Brontë voleva raccontare due anime certamente affini, ma legate dalla morbosità. Heathcliff e Catherine non sono l’ideale dell’amore eterno. Sono due persone speculari nella loro parte più distruttiva e, quando Catherine afferma che “le loro anime sono fatte della stessa materia”, non sta dichiarando una compatibilità perfetta: sta riconoscendo una somiglianza nell’oscurità.
Allora cos’è che funziona? È incoerenza generazionale o esplorazione consapevole del desiderio? È possibile che la Gen Z non sia affatto immune al romanticismo distruttivo: lo osserva, lo analizza, lo nomina, lo critica, ma sceglie comunque di entrarci, scindendo con sorprendente lucidità la finzione dalla realtà.
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L’iperconsapevolezza emotiva
La Gen Z è probabilmente la prima generazione a essere così emotivamente alfabetizzata da rendere virali termini tecnici del linguaggio terapeutico. Instagram e TikTok sono invasi da contenuti sulla teoria dell’attaccamento, sul love bombing, sul disturbo narcisistico di personalità. Si parla di trauma bonding, di gaslighting, di evitanti e ansiosi con una familiarità sorprendente – talvolta anche con una certa leggerezza, perché non sempre chi utilizza questi termini ha la competenza per farlo e spesso il linguaggio viene semplificato o abusato.
Red flag e green flag diventano indicatori quasi obbligatori nella scelta del partner. L’ostentazione della relazione sana, della routine condivisa, del cosiddetto “Princess treatment” spopola tra i contenuti a cui mettiamo like. La salute emotiva della relazione è diventata una narrazione pubblica così come la discussione sui comportamenti accettabili.
Eppure, nella realtà, viviamo anche un periodo controverso per le relazioni: dating app, indipendenza economica sempre più tardiva, bisogno di autonomia che spesso prevale su quello di legame stabile. La situationship – il rapporto senza etichette e senza impegno – è ormai una formula diffusa, comoda, pronta per l’uso. Nulla di travolgente, in sintesi. Nulla che abbia il sapore dell’epico.
Ed è proprio qui che si inserisce il paradosso.
Quando si tratta di intrattenimento, continuiamo a celebrare storie d’amore intense, turbolente e – per adottare il linguaggio social – tutt’altro che healthy.
Enemies to lovers, best friends to lovers, love triangle. Schemi narrativi che ci incollano allo schermo. Solo quest’estate il fenomeno viralissimo di Prime Video The Summer I Turned Pretty ha conquistato milioni di spettatori e spettatrici, generando discussioni infinite sulla scelta tra i due fratelli e veri e propri schieramenti in team. Poco dopo, Bridgerton è tornata con una nuova stagione, mettendo in scena un amore proibito dalle regole della società.
A differenza degli anni Novanta e dei primi Duemila, quando le rom-com spopolavano con un’estetica leggera e rassicurante – da Notting Hill a How to Lose a Guy in 10 Days – oggi il pubblico sembra aver bisogno di drammi più intensi, di turbolenze emotive più marcate. Se prima il film romantico aveva il volto della commedia brillante, ora domina il romantic drama.
Il pubblico non vuole solo assistere: vuole schierarsi, discutere, problematizzare. Le nuove consapevolezze emotive diventano strumenti di analisi. Si osservano i personaggi, si diagnosticano comportamenti, si assegnano etichette. Ma l’intensità resta il vero motore.

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Perché proprio Heathcliff?
Heathcliff incarna quasi ogni red flag possibile: ossessivo, vendicativo, incapace di lasciar andare. Catherine non è meno problematica: orgogliosa, emotivamente instabile, incapace di scegliere senza distruggere. Se applicassimo il linguaggio terapeutico contemporaneo, la loro sarebbe una relazione altamente disfunzionale. Eppure, il loro legame continua ad affascinare.
Questo perché guardare una relazione tossica sullo schermo significa esplorare l’ombra in uno spazio sicuro. È una simulazione emotiva: possiamo vivere il caos senza pagarne le conseguenze. Se vogliamo, il fenomeno non è poi tanto distante da quello del true crime: è catarsi, quasi rassicurante, uno sfogo protetto.
Per questo motivo, Cime Tempestose non è una voce isolata: serie TV dalle trame altamente disturbanti, che portano la tossicità all’estremo, come Euphoria, la cui nuova stagione è in uscita su HBO in primavera, funzionano.
C’è anche un fattore narrativo strutturale: una relazione sana, stabile, comunicativa è desiderabile nella vita reale, ma raramente produce tensione drammatica. Il conflitto, invece, genera trama. Genera fandom. Genera discussione. Team Conrad contro Team Jeremiah non è solo una preferenza romantica: è una dichiarazione identitaria.
Il romance contemporaneo è partecipativo. Si espande sui social, diventa estetica, playlist, meme, edit rallentati con sottofondo malinconico. L’intensità è condivisibile, la stabilità molto meno.
In poche parole Heathcliff, come Conrad, come Nate Jacobs – interpretato per altro dallo stesso Jacob Elordi -, come il duca di Hastings e come molti altri ancora, è una red flag, sì, ma narrativamente irresistibile.
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La grammatica visiva del tormento
Cime Tempestose è un adattamento moderno del romanzo omonimo del 1847 di Emily Brontë e va letto esattamente così: come un’operazione dichiaratamente contemporanea. Già dal titolo virgolettato, la regista Emerald Fennell prende le distanze dall’originale e mette le carte in tavola, chiarendo di non volere essere fedele, ma febbrile. In più interviste ha spiegato di voler “ricreare la sensazione di un’adolescente che legge questo libro per la prima volta”, e questa chiave emotiva diventa la bussola che oriente ogni scelta estetica. Decisamente non realismo storico, ma intensità; non ricostruzione pedissequa, ma coinvolgimento emotivo.
Cominciamo dall’atmosfera. La brughiera non fa solo da sfondo, ma è il luogo che accoglie una storia e la modella a sua immagine e somiglianza. Toni freddi, vento costante, luce sporca, interni soffocanti: tutto è costruito per farci sentire addosso il tormento prima ancora di addentrarci nella storia. La fotografia insiste su ombre marcate e controluce che trasformano i corpi in silhouette desiderabili e irraggiungibili allo stesso tempo. E non è un caso: il desiderio, qui, nasce proprio dalla distanza, dall’impossibilità di afferrare davvero l’altro, come l’amore adolescenziale che sembra sempre sul punto di esplodere o distruggersi. A questa atmosfera, si aggiunge una cura quasi ossessiva per i dettagli. Le scenografie e gli abiti non sono semplici elementi decorativi, ma estensioni dei personaggi stessi. Emblematica è la stanza di Cathy a casa Linton, dove le pareti riproducono la grana della pelle dell’attrice, con venature e nei appena percettibili, come se l’ambiente stesso fosse una proiezione del suo corpo. E così la sensazione è che Cathy non abiti lo spazio, lo saturi. È un modo sottile ma potentissimo per ribadire la sua desiderabilità, trasformando la casa in un involucro sensuale, tattile.

Da “Cime Tempestose” Warner Bros., 2026: dettaglio della stanza di Cathy
E persino il titolo iniziale partecipa a questa costruzione. Realizzato in stop-motion con ciocche di capelli — alcune realmente appartenenti ai due attori — è un gesto che sfiora appena il feticismo. Il capello è materia intima, residuo corporeo, traccia dell’altro. Costruirci il titolo significa dichiarare fin da subito che questa storia parlerà di possesso, di vicinanza fisica, di ossessione. È un’apertura che non racconta ancora nulla, ma suggerisce già tutto.
Poi c’è la musica. La colonna sonora firmata da Charli XCX è una scelta che definisce l’operazione più di quanto sembri. Cupa, stratificata, emotivamente instabile ma attraversata da un romanticismo palpitante. Non rispecchia minimamente la musica dell’epoca, ma poco importa, perché è sentimento puro: porta il dramma ottocentesco dentro un immaginario sonoro contemporaneo, parlando direttamente a una sensibilità Gen Z abituata a vivere le emozioni attraverso le proprie playlist. Malinconia, intensità, desiderio, tutto nello stesso momento. Il risultato è che il tormento diventa quasi glamour, appassionante senza perdere però la sua carica distruttiva.
Da YouTube (Charli XCX Official), 2026: il videoclip ufficiale di Always Everywhere
E infine, il cast.
Margot Robbie inizialmente non era stata pensata per il ruolo di Cathy, si era avvicinata al progetto come produttrice, come già accaduto in film precedenti legati all’universo di Fennell (Una donna promettente nel 2020 e Saltburn nel 2023). Solo a metà del processo ha deciso di “buttarsi nella mischia” e candidarsi per il ruolo, ottenendolo senza una vera competizione pubblica. Le critiche non sono mancate, soprattutto per l’età ritenuta “troppo adulta” rispetto alla Cathy adolescente del romanzo, ma la Robbie ha risposto rivendicando la scelta di una Cathy più matura, capace di restituire con maggiore consapevolezza il peso delle pressioni sociali del contesto storico in cui è ambientato il racconto.
Ma al di là delle dichiarazioni ufficiali, è difficile non notare che Robbie incarna in modo quasi perfetto un ideale di bellezza contemporaneo: luminosa ma non fragile, elegante ma non fredda, sensuale senza mai essere esplicitamente provocatoria. È una desiderabilità sofisticata, che si inserisce accuratamente nel mood del film, rendendo la sua Cathy un’icona.
E poi c’è Jacob Elordi. Troppo alto, troppo pulito, troppo poco “selvaggio” rispetto alla descrizione letteraria di Heathcliff e, per questo, criticato. Ma funziona. Perché anche la sua fisicità risponde ai codici estetici pop: l’altezza monumentale, lo sguardo malinconico, una vulnerabilità trattenuta che costantemente rasenta la rabbia. Elordi incarna una mascolinità tormentata che la Gen Z riconosce immediatamente, etichettandolo come il “bad boy” emotivamente irrisolto, pericoloso ma affascinante, distante ma intensissimo.
Se Robbie rappresenta l’oggetto del desiderio luminoso e irraggiungibile, Elordi è il desiderio oscuro e insieme costruiscono un dualismo perfetto: lei come ideale sociale, lui come impulso primordiale. È evidente dunque che la Fennell abbia scelto attori con forte presenza mediatica e capacità di incarnare archetipi romantici moderni, sapendo che il pubblico avrebbe proiettato su di loro un immaginario già ampiamente esplorato e stratificato.
Tutte queste scelte si fondono in un mood riconoscibile e coerente, simbolico ma anche estremamente concreto. È un film che sembra costruito per alimentare un desiderio quasi fisico, epidermico, eppure, proprio quando pensi che stia solo giocando con l’estetica dell’attrazione, si scioglie nel romanticismo più puro e devastante. La sala resta in lacrime non perché sia stata sedotta soltanto visivamente, ma perché sotto la superficie patinata pulsa ancora l’idea più antica e pericolosa dell’amore travolgente, autentico.
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Promozione o seduzione?
Se il film è stato costruito per generare desiderio, la campagna marketing ha fatto qualcosa di ancora più sottile, trasformando quel desiderio in evento collettivo mesi prima dell’uscita in sala.
Fin dai primi teaser, la promozione ha lavorato molto sull’intesa tra Jacob Elordi e Margot Robbie. Non solo come interpreti di Heathcliff e Cathy, ma come coppia potenziale, come chimica da osservare, analizzare e, utilizzando un termine tipicamente GenZ, “shippare”. Alla première sotto la pioggia, le mani di Elordi che coprono Robbie per ripararla – proprio come in una scena del film – sono diventate frame virale nel giro di poche ore. Le rose ricevute a San Valentino – raccontate dall’attrice in un’intervista – hanno alimentato la narrativa romantica. E quando Robbie ha dichiarato che “le tremavano le ginocchia” durante alcune scene con lui, il confine tra promozione e suggestione è diventato decisamente labile.

Da Instagram (@cultedxo), 2026: gesto di Jacob Elordi
nel proteggere Margot Robbie dalla pioggia alla première
Non è nuovo che Hollywood giochi con la tensione tra co-star, ma qui l’operazione è stata sistematica: micro-momenti di complicità, rilanciati da magazine e fan account, hanno costruito un racconto parallelo al film. La coppia sullo schermo si è sovrapposta alla coppia immaginata fuori dallo schermo e questo ha funzionato perché ha parlato la lingua delle nuove generazioni: quella dello shipping, dei dettagli rallentati, delle teorie nei commenti.
A fare il resto è stato l’ecosistema social. La colonna sonora firmata da Charli XCX è diventata immediatamente audio virale su Instagram e TikTok: clip di sguardi intensi, camminate nella brughiera, edit malinconici. Poi il trend “prima e dopo la visione del film”: si entrava in sala ridendo, aspettandosi un period-drama patinato e sensuale, e si usciva struccate, in lacrime, con caption tipo “non ero pronta”.

Da Instagram (@kisakova_v), 2026: il trend “prima e dopo la visione”
documenta le reazioni emotive degli spettatori
E ancora: il trend davanti ai cinema, con ragazze che facevano combaciare il proprio profilo con quello di Robbie nel manifesto ufficiale, inclinando il viso per simulare un bacio con Heathcliff. Un gesto semplice, ma potentissimo, in cui non si è più solo spettatrici, ma protagoniste temporanee di quell’immaginario, grazie al marketing che diventa esperienza partecipata.

Da Instagram (@oksana_lega), 2026: i fan che combinano
il proprio volto con il manifesto del film simulando un bacio con Heathcliff
Tuttavia, la Gen Z sa perfettamente che sullo schermo c’è finzione. Sa riconoscere le dinamiche tossiche, sa nominare il trauma, sa distinguere tra desiderio narrativo e relazione reale. Eppure, quando un film viene costruito in modo così coerente — estetica, casting, musica, marketing, universo social come amplificatore — il risultato è una realtà parallela, uno spazio protetto in cui le regole possono cambiare.
Qui succede qualcosa di interessante. Il mix di tutti questi elementi insieme produce una specie di scalino emotivo: non si esce dal cinema e si torna immediatamente alla propria vita, ma c’è un momento di sospensione, di assestamento. Le storie su Instagram continuano, le canzoni restano in loop, i video “prima e dopo” si moltiplicano. È quella sensazione che descrive il fenomeno del “post event let down “: il piccolo vuoto che segue un’esperienza emotivamente intensa. Una malinconia leggera, quasi fisica, perché il mondo in cui eri immersa era più assoluto, più totalizzante,più drammatico di quello reale.
E proprio questo “strascico” consolida il successo del film. Quando un prodotto culturale riesce a generare non solo visione ma post-visione, non solo hype ma nostalgia immediata, sta già entrando nel territorio del cult.
Qualcuno ha persino azzardato il paragone con Titanic (1997) — forse con un filo di esagerazione, ma non senza una logica: anche lì il pubblico usciva devastato, anche lì la storia d’amore era più grande della vita quotidiana, anche lì si tornava a casa con la sensazione di aver vissuto qualcosa di epico.
Per due ore (e per settimane di promozione), i valori pro-femminismo e l’alfabetizzazione emotiva non vengono negati, ma sospesi. Non perché non siano importanti, ma perché il world building è così seducente da invitare a un patto implicito con lo spettatore: entra, senti tutto, poi torna alla realtà.
Il punto è che quel ritorno non è immediato. E forse è proprio in quel piccolo ritardo, in quello scarto tra finzione e quotidianità, che si misura la vera forza dell’operazione. Non convincere la Gen Z che Heathcliff sia un modello, ma farle desiderare, per un attimo più lungo del previsto, di restare in quella brughiera.





