State per comprare un biglietto. Può essere per un festival, un concerto, qualche giorno fuori dalla routine. Aprite il sito, scorrete la pagina, guardate le foto dell’anno prima: luci basse, persone ammassate sotto il palco, mani alzate, corpi che sembrano leggeri, come se la gravità lì funzionasse in modo diverso. Tutto è costruito per farvi desiderare di esserci. La promessa è sempre la stessa: uscire da sé, stare insieme, essere parte di qualcosa. Poi vi fermate.
Vi fermate su una domanda che non è spettacolare, ma è quella che decide tutto: posso andarci davvero? Non nel senso emotivo, ma nel senso più concreto possibile. Posso entrare, muovermi, fermarmi, andare in bagno, mangiare, stare abbastanza bene da restare? Provate a cercare.
Non c’è una pagina dedicata, non c’è una sezione chiara. Non c’è un punto in cui qualcuno abbia pensato di mettere insieme tutte le informazioni che vi servono per capire se quella promessa è anche per voi. E allora fate una cosa semplicissima: chiudete la pagina.

Un report che osserva il momento prima
Questa scena non è un’eccezione. È un pattern.
A raccontarlo è il report “Non c’è, non si trova, non esiste. Indagine sull’accessibilità della comunicazione dei festival italiani”, realizzato nel 2025 dal gruppo di ricerca partecipata Lato A – Il lato accessibile della musica di Caratteri Cubitali. L’indagine prende in esame 100 festival musicali italiani, distribuiti tra aprile e novembre, osservati nel loro “prima”.
Già, perché è un passaggio chiave. Le schede vengono compilate due giorni prima dell’inizio degli eventi, esattamente nel momento in cui una persona reale si troverebbe a cercare informazioni per decidere se partecipare. Si tratta dunque di un’analisi sull’esperienza invisibile del prefestival. E già qui emerge qualcosa.
Nel 51% dei casi non esiste una pagina dedicata all’accessibilità. Nel 49% le informazioni sono completamente assenti. Solo una piccola minoranza le rende subito visibili e accessibili. Il dato è netto. Ma il punto non è il dato. È quello che il dato fa.

La soglia invisibile
Per anni abbiamo pensato all’accessibilità come a qualcosa che si gioca nello spazio. Le rampe, i bagni, gli ingressi, le file. Tutto ciò che succede quando sei già lì. Questo report sposta la scena indietro. La prima barriera è la mancanza di informazione, mica il gradino. Se non so se potrò entrare, non compro il biglietto.
È una frase semplice, ma cambia completamente la prospettiva. Perché significa che l’esclusione non avviene nel momento dell’accesso, ma nel momento della decisione. Non serve dire “no”: basta non mettere le condizioni per dire “sì”. È una soglia invisibile. E proprio perché è invisibile, funziona perfettamente. Produce una rinuncia silenziosa, che non lascia tracce se non in una pagina chiusa.

Il paradosso del last minute
A un certo punto, nel report, compare una definizione che vale da sola tutto il lavoro: il “paradosso del last minute”. Le informazioni fondamentali, quando arrivano, arrivano spesso a ridosso dell’evento. Ma chi ha bisogno di quelle informazioni per capire se può partecipare deve pianificare settimane, a volte mesi prima. È uno scontro tra due tempi.
Da una parte, il tempo dell’organizzazione: flessibile, aggiustabile, aggiornabile all’ultimo. Dall’altra, il tempo della vita reale: preciso, anticipato, logistico. E quando questi due tempi non si incontrano, la possibilità semplicemente non si forma.
E non riguarda solo la disabilità. Riguarda chiunque non possa permettersi di improvvisare: chi ha figli soprattutto piccoli, chi deve organizzare spostamenti complessi, chi ha margini stretti. L’accessibilità, in questo senso, diventa una lente per leggere come sono progettate le esperienze nel loro complesso.

La fatica informativa
C’è un’altra cosa che emerge con forza: la fatica. Per trovare le informazioni necessarie su un singolo festival si possono impiegare fino a 40 minuti, perché sono disperse, frammentate, difficili da ricostruire. Un pezzo sul sito, uno nelle FAQ, uno nei social, uno nella piattaforma di ticketing. Il dato, spesso, esiste, ma non è restituito. E questa operazione di ricostruzione ha un costo: tempo, energia, attenzione. Prima ancora della fila all’ingresso, c’è una fila invisibile, quella che si fa nella testa mentre si prova a capire se vale la pena insistere. A un certo punto, semplicemente, non vale più la pena.

Inclusione dichiarata, esclusione pratica
E ancora, dentro questo scenario si inserisce un cortocircuito molto contemporaneo. I festival si raccontano come spazi aperti, inclusivi, condivisi. L’immaginario è quello della comunità, della festa come luogo democratico. Ma quando questa promessa deve tradursi in condizioni concrete, qualcosa si inceppa.
Nel 71% dei casi non esiste un’e-mail dedicata per chiedere informazioni. E quando l’informazione fallisce, anche la relazione non riesce a compensare. Allo stesso tempo, servizi fondamentali restano opachi o non comunicati: l’89% dei festival non segnala chiaramente la presenza di bagni accessibili, il 96% non specifica se sia possibile portare dispositivi medici, l’87% non fornisce indicazioni sulle opzioni alimentari. E la cosa più interessante è che, in molti casi, quei servizi esistono, ma non lo saprete mai.

Il corpo implicito del festival
A questo punto, la domanda cambia. Non è più: questo festival è accessibile o no? È invece: per chi è progettato? Perché ogni esperienza porta dentro di sé un corpo implicito, un’idea di pubblico che non viene dichiarata ma orienta tutto. I tempi, gli spazi, le informazioni, le priorità. E oggi, troppo spesso, quel corpo è uno solo. Un corpo che non deve chiedere, che non deve pianificare, che può improvvisare, aspettare, adattarsi. Un corpo che non ha bisogno di sapere in anticipo se potrà stare bene.
Tutti gli altri devono fare uno sforzo in più.
O rinunciare prima.

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Cosa abbiamo imparato a BUNS dal report
1. I siti “belli” sono spesso i più escludenti
Nel report emerge spesso una cosa controintuitiva: siti visivamente curati, molto grafici, pieni di immagini e animazioni, risultano tra i più difficili da usare. Immagini senza testo alternativo, PDF illeggibili, layout non responsive, testi dentro immagini. L’estetica contemporanea (minimal, visual, immersiva) spesso entra in conflitto con l’accessibilità. È quasi un paradosso: più un sito è “esperienziale”, meno è navigabile.
2. Il linguaggio è ancora una barriera culturale
Non è solo cosa viene detto, ma come. Il report raccoglie decine di esempi di linguaggio paternalistico, burocratico, o apertamente abilista (“diversamente abili”, “invalidi”, ecc.). Insomma, anche quando l’informazione c’è, il tono comunica distanza.
3. Il mito della “multicanalità” che in realtà confonde
E-mail, form, chatbot, social, WhatsApp… sembra tutto molto aperto. In realtà i canali sono tanti ma non sono coordinati, e spesso non rispondono davvero. La moltiplicazione dei canali crea illusione di accesso, non accesso reale.
4. I chatbot falliscono proprio dove servono
Tema enorme. Funzionano per info generiche e promozione; falliscono per bisogni specifici, situazioni complesse, richieste umane. L’automazione scala bene l’informazione,
ma non scala la relazione.
5. L’accessibilità è frammentata in “isole”
Nel report emerge che alcune cose ci sono: una mappa, un servizio, un contatto. Ma sono isolate, non collegate tra loro. Spesso manca la coerenza del sistema. Non è assenza di dati, è mancanza di narrazione.
6. Il tema enorme dei dati sanitari
Nel 24% dei casi vengono richieste certificazioni mediche dettagliate o informazioni sproporzionate. E così, per accedere devi dimostrare qualcosa di intimo. Un tema potentissimo di privacy, controllo, legittimazione del bisogno.
Può diventare un passaggio molto forte.
7. Il cibo come punto di esclusione (inaspettato)
Questa è sottovalutata ma fortissima: l’87% non segnala opzioni per allergie/intolleranze; l’82% non dice se puoi portare cibo da casa. Il cibo viene trattato come intrattenimento
non come condizione di benessere.
8. La sicurezza è quasi sempre non raccontata
C’è un altro dato forte: il 92% non spiega cosa fare in caso di molestie o problemi. In spazi ad alta densità corporea, a volte la sicurezza è lasciata implicita. E quando è implicita, non è accessibile.





