Durante la lettura dell’articolo
si consiglia l’ascolto di Gael García Bernal,
Lucy Hernández – Recuérdame (Arrullo) dal film Coco
È arrivato il giorno del suo compleanno e non sappiamo come comportarci.
Quando viviamo un lutto, una delle cose più dolorose è attraversare di nuovo i momenti importanti senza quella persona. Siamo costretti, soprattutto digitalmente, a notifiche, promemoria, ricordi che riemergono dagli anni precedenti. Fotografie, messaggi e frammenti di una vita che il tempo ha fermato, ma che lo schermo continua a riproporre.
Il dolore non arriva più solo dalla memoria: arriva anche da un’interfaccia.
Nelle ricorrenze, il digitale ci mette davanti a una scelta implicita. Possiamo ignorare tutto, scorrere oltre, far finta di niente. Oppure possiamo creare un post, una storia, una frase significativa: un gesto che assomiglia a un augurio tardivo, a un buon compleanno rivolto a quella persona, ovunque essa si trovi. Il post riceve like, la storia viene visualizzata. Non arriva la risposta che desidereresti davvero, ma qualcosa torna indietro lo stesso. È in questo scarto che prende forma il digital mourning: un lutto mediato (a volte un po’ costretto) dalla tecnologia, che ti fa sentire appoggiato e, forse, anche sollevato.
È interessante come il lutto digitale si realizzi materialmente nel Día de Muertos, in cui parenti e amici si radunano per rendere omaggio e ricordare coloro che non ci sono più. La memoria diventa un gesto attivo e collettivo, che celebra la vita passata e non la sua fine. Ce lo suggerisce Coco della Pixar, in cui il protagonista ha la possibilità di incontrare un vecchio antenato. Fin dai tempi antichi, l’essere umano spera di rincontrare coloro che non ci sono più. E forse in questo, la tecnologia ci aiuta, tenendo in vita almeno digitalmente, quella persona e quei ricordi.

Non tutti amano questi incontri, questa vicinanza, c’è chi vorrebbe vivere quel dolore in solitudine e raccoglimento. Ma le notifiche, le foto ricordo, i promemoria, continuano a illuminare lo schermo, in automatico. L’algorithmic commemoration fa questo: decide che oggi è il giorno giusto per ricordare. E se di solito l’algoritmo suggerisce ciò che potrebbe catturarci, in queste giornate non è capace di intuire che, anziché capirci, ci ferisce.
Ma le ricorrenze non riguardano solo il compleanno. Esiste anche il giorno in cui quella persona se n’è andata.
Nella tradizione cristiana questa data è spesso accompagnata da una messa di commemorazione, talvolta vissuta come un dovere più che come una scelta. È una giornata che rischia di ridurre una vita intera a un solo evento: il momento della fine. Come se una persona potesse essere contenuta in una data, in un anniversario, in un rito. Eppure ci si incontra, ci si riunisce. Non tanto per ricordare come è morta, ma per non lasciar svanire ciò che è stata.
Anche qui emergono linee di pensiero diverse, simili a quelle del compleanno: chi vorrebbe che questa giornata non esistesse, chi sente la necessità di condividerla, di attraversarla insieme ad altri.
Abitare queste ricorrenze non è mai facile, il ricordo di quella persona e il dolore per la sua perdita, non diminuisce col tempo, piuttosto si solidifica. Apprendiamo che non c’è più e facciamo sempre molta difficoltà a tornare in quella stanza.
Eppure, accanto a tutto questo, resta anche altro. Resta la bellezza di ciò che quella persona aveva costruito, dei legami che ha lasciato, delle persone che si ritrovano unite dall’assenza. Una bellezza scomoda, che non consola davvero, ma che resiste.
Forse non ricordiamo perché vogliamo. Forse ricordiamo perché qualcuno, o qualcosa, ha deciso che oggi è il momento giusto.
E allora resta la domanda: la memoria ci appartiene davvero, o siamo solo spettatori del ricordo altrui?





