Provate a immaginare una stanza. Su un tavolo c’è un foglio bianco. Accanto, una cartella piena di numeri: percentuali, colonne di cifre, migliaia di righe di dati raccolti da istituzioni, ricercatori, organizzazioni internazionali. Numeri che raccontano fenomeni enormi: movimenti migratori, disuguaglianze economiche, distribuzione della ricchezza, trasformazioni climatiche. Se aprite quella cartella, però, succede una cosa curiosa: non vedete nulla.
O meglio: vedete numeri, ma non vedete ancora il fenomeno. Il dataset contiene una storia, ma quella storia è compressa. Schiacciata dentro tabelle che non hanno ancora trovato una forma. È qui che entra in gioco il lavoro dell’information designer. E nel caso di Federica Fragapane questo momento, il passaggio dal numero all’immagine, diventa qualcosa di molto più interessante di una semplice traduzione grafica. Diventa una forma di interpretazione del mondo.
Fragapane è una pluripremiata information designer italiana che negli ultimi anni ha collaborato con istituzioni scientifiche, organizzazioni internazionali e media come Google, le Nazioni Unite, la BBC. Il suo lavoro consiste nel trasformare dataset complessi in visualizzazioni capaci di rendere leggibili fenomeni sociali, ambientali e politici.
Detta così sembra una definizione tecnica. Ma basta osservare davvero le sue visualizzazioni per capire che succede qualcosa di diverso. I suoi grafici raramente assomigliano ai grafici che siamo abituati a vedere nei report aziendali o nei dashboard analitici. Non ci sono quasi mai le geometrie rigide delle colonne, delle linee o delle torte statistiche. Al loro posto compaiono strutture morbide, forme organiche, costellazioni di segni che sembrano crescere nello spazio.
A volte ricordano tessuti biologici, a volte mappe geologiche. A volte ecosistemi. E attenzione: questa scelta non è puramente estetica, bensì diventa un modo per ricordarci che i dati non sono oggetti freddi ma tracce di sistemi vivi: società, economie, movimenti umani, equilibri ecologici.
Quando Federica Fragapane affronta un dataset, la domanda iniziale non è “come rappresentarlo”. La domanda è molto più radicale: che tipo di fenomeno sto guardando? È una rete? Una distribuzione? Un sistema gerarchico? Un equilibrio fragile tra forze diverse? Ogni fenomeno, in altre parole, richiede una grammatica visiva specifica. Ed è proprio qui che il suo lavoro entra in dialogo con un filone sempre più centrale nella cultura contemporanea dei dati: quello che negli ultimi anni è stato chiamato Data Humanism.

Gaza
designed by Federica Fragapane
Per molto tempo la visualizzazione dei dati ha cercato soprattutto l’efficienza: grafici chiari, sintetici, ottimizzati per essere letti velocemente. Quando però i fenomeni diventano complessi, e il mondo contemporaneo lo è sempre di più, la chiarezza non basta. Serve anche percezione, serve trovare modi per far emergere pattern che non si esauriscono in una lettura immediata, ma che chiedono allo spettatore di orientarsi, osservare, esplorare.
Molte delle visualizzazioni di Federica Fragapane funzionano proprio così: non come grafici da consultare rapidamente, ma come paesaggi informativi. Strutture visive che permettono di attraversare un fenomeno con lo sguardo. Un esempio emblematico è il progetto Shapes of Inequalities, presentato alla Triennale di Milano: una serie di visualizzazioni che trasformano dati sulle disuguaglianze globali in grandi strutture visive stratificate, dove numeri e relazioni diventano quasi una topografia. Guardandole si ha la sensazione di osservare un territorio, e forse non è un caso.

In copertina e qui: Shapes of Inequalities
Installation by Federica Fragapane, designed for “Inequalities”,
24th Triennale Milano International Exhibition (2025)
Installation and Exhibition Design: Midori Hasuike, editing: Veronica Vannini.
In fondo ogni dataset è proprio questo: una mappa parziale del mondo che qualcuno ha deciso di disegnare scegliendo cosa misurare, cosa ignorare, quale scala adottare. E come tutte le mappe, anche i grafici non sono mai neutrali: sono sempre il risultato di una serie di scelte culturali.
Per questo motivo, oggi il lavoro di chi disegna dati non è più soltanto tecnico. È anche, inevitabilmente, politico e culturale. In un’epoca in cui i dati sono ovunque (nei sistemi urbani, nei modelli climatici, negli algoritmi che regolano le piattaforme digitali, etc) la questione diventa come dare loro una forma che non tradisca la complessità del mondo.
Il lavoro di Federica Fragapane si muove esattamente dentro questa tensione, tra precisione e immaginazione, tra statistica e percezione, tra analisi e narrazione. Ed è proprio per questo che ci sembrava interessante invitarla a chiacchierare qui su BUNS. Perché se i dati sono una delle materie prime più importanti del nostro tempo, allora diventa fondamentale capire come li guardiamo. Insomma, la conversazione che segue parte da qui: dal lavoro di una designer che prova a trasformare i numeri in qualcosa che non sia solo informazione, ma anche visione.

Space Junk
designed by Federica Fragapane for BBC Science Focus
Permanent Collection of The Museum of Modern Art
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Benvenuta Federica, andiamo subito al sodo! Una visualizzazione dei dati non è mai neutrale: è sempre il risultato di scelte editoriali, culturali e persino morali. Nel tuo lavoro quanto spazio ha questa dimensione etica? Ti capita mai di interrogarti non solo su come visualizzare un dataset, ma su se valga davvero la pena farlo?
Mi è capitato spesso, soprattutto per progetti senza committenza, nati dalla mia volontà di parlare di temi a cui tengo. La prima volta è stata nel 2016, quando ho iniziato a lavorare a The Stories Behind a Line, il racconto visivo del viaggio di sei richiedenti asilo arrivati da poco in Italia.
In quel caso volevo raccontare viaggi estenuanti e pericolosi fin dal loro inizio — non solo la traversata del Mediterraneo, ma anche tutto ciò che la precede — usando dati molto semplici: giorni di viaggio, mezzi di trasporto, con visualizzazioni semplici e asciutte.
È un progetto a cui tengo ancora moltissimo. I dati erano chiaramente soggettivi e imperfetti (per esempio, i narratori potevano non ricordare tutto con precisione), mentre le visualizzazioni erano molto essenziali, anche per riflettere il loro modo di raccontare: semplice, pacato, ma profondamente personale. Mi sono posta molte domande prima di pubblicarlo, ma il fatto stesso che queste sei persone avessero accettato di raccontarmi la loro storia è stata la motivazione principale.
Continuo a chiedermelo anche oggi, per esempio quando lavoro su visualizzazioni che parlano di Gaza, dell’Afghanistan, dell’Iran. Negli anni, vedere che queste visualizzazioni non solo vengono viste, ma anche usate da altre persone per parlare di temi a cui tengono a loro volta, è per me una buona motivazione.
Quello che per me è importante specificare è il fatto che questi progetti sono frutto delle mie scelte, scelte che sono intrecciate alla mia identità. Per me è importante affermare la mia presenza e riconoscere che ogni disegno, pur tracciato con cura e con grande attenzione all’accuratezza delle informazioni e delle fonti, è anche il riflesso della mia storia personale e del mio sguardo – privilegiato – sul mondo. Parlando di dimensione etica, queste sono considerazioni per me essenziali.
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The Stories Behind a Line, project by Federica Fragapane,
in collaboration with Alex Piacentini.
www.storiesbehindaline.com
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Negli ultimi anni i dati sono diventati uno strumento politico sempre più potente: governi, aziende e piattaforme li utilizzano per prendere decisioni che influenzano la vita delle persone. In questo scenario, pensi che l’information design possa diventare una forma di alfabetizzazione democratica?
Non penso che sia un processo che può avvenire per inerzia. Quando i dati sono utilizzati da chi ha il potere di prendere decisioni, è fondamentale interrogare il processo stesso: quali sono le domande di partenza? Chi viene incluso nei dati, e chi escluso? Quanti punti di vista vengono accolti? Oppure, al contrario, quanto il punto di vista dominante resta quello del solito osservatore: maschio, bianco, sano, occidentale, privilegiato. E poi – in un secondo momento – quanto questi dati sono accessibili, aperti e restituiti alla collettività?
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Iran designed by Federica Fragapane
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Molti dataset raccontano fenomeni sistemici (economia, mobilità, clima) ma rischiano di cancellare le singole storie. Come si può progettare una visualizzazione che riesca a tenere insieme scala statistica ed esperienza umana?
Credo che ci siano molti approcci possibili, io posso sicuramente parlare del mio. Ci sono stati casi in cui ho lavorato precisamente sulle storie individuali, come nel caso di The Stories Behind a Line.
Lavoro poi molto sulla scelta delle parole visive usate: il fatto che disegni forme morbide, organiche è anche legato al tentativo di restituire questa presenza umana. Non è stata una scelta pianificata, mi sono accorta che negli anni si è sviluppata istintivamente. Ci sono molti casi in cui lavorare con cura alle forme delle mie visualizzazioni è stato un modo per fissare questa presenza. Come se si creasse una sorta di dialogo tra me e le visualizzazioni stesse, dialogo che spero possa poi riproporsi anche con le persone che le guarderanno.
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The Circle
Data visualization by Federica Fragapane for the exhibition Luca Locatelli
The Circle, curated Elisa Medde, Gallerie d’Italia – Torino (2023)
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Se guardiamo ai grandi problemi del nostro tempo – crisi climatica, disuguaglianze globali, trasformazioni tecnologiche, non ultime le guerre dietro casa – pensi che i dati abbiano davvero il potere di cambiare il modo in cui le persone comprendono questi fenomeni? Oppure il ruolo dell’information design è più modesto: non convincere, ma rendere visibile?
I dati possono offrire finestre da cui osservare fenomeni, rendere le informazioni più accessibili, far scoprire qualcosa di nuovo. Per quanto mi riguarda, penso che possano sicuramente aiutare a rendere visibile, di solito non mi spingo oltre questo concetto! Penso che l’obiettivo di rendere visibile qualcosa che non lo è sia già molto ambizioso, ed è quello che solitamente cerco di fare con il mio lavoro.
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Let Afghan Girls Learn designed by Federica Fragapane
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E infine… Se potessi visualizzare un dataset impossibile, qualcosa che oggi non viene misurato ma che ti piacerebbe vedere rappresentato, cosa sarebbe? Le emozioni delle persone in una città? Il livello di curiosità nel mondo? La quantità di idee non realizzate? Dicci tu!
Mi piacerebbe visualizzare il patriarcato: la sua origine, le sue ramificazioni, le influenze su tutto ciò che ci circonda, sulla nostra storia e sul nostro presente, sulle nostre azioni e sui nostri pensieri. Un reticolo quasi infinito di intrecci e rami: mi piacerebbe dargli una forma e renderlo visibile, anche nei suoi angoli più nascosti.





